Africa

Mondo Tv arriva in Congo e in Nigeria

AFRICA – Il gruppo italiano Mondo Tv ha sottoscritto due nuovi contratti con l’Africa : un  contratto di licenza con la società RTGA World, nuovo cliente e operatore congolese (Kinshasa) di canali televisivi anche per ragazzi, e un contratto con il distributore nigeriano DO Media.

« Si confermano gli esiti positivi della recente fiera di Johannesburg (DISCOP Africa) nel corso della quale sono state avviate più negoziazioni » recita un comunicato della Mondo tv.

La licenza congolese ha ad oggetto i diritti esclusivi di televisiva per un periodo di due anni di circa 200 ore di programmi animati della Mondo TV in lingua francese in Congo.

La licenza nigeriana riguarda invece i diritti di distribuzione cinematografica di cinque film della Mondo TV in versione inglese e francese nei territori di Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio, Kenya e Sudafrica. [CC]

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    Agribusiness, seminario online su opportunità in...

    AFRICA - Si terrà giovedì prossimo 3 dicembre un seminario online dal titolo “Doing agri-business in Sub-Saharan Africa”.

    A organizzare l'evento, che avrà luogo sulla piattaforma virtuale GO!, è Confindustria in collaborazione con la Fondazione E4Impact con l’obiettivo di approfondire il contesto e le opportunità legate all’agri-business nel continente africano, in particolare nell’area sub-sahariana, e creare occasioni di incontro e conoscenza tra le aziende italiane e africane della filiera agro-alimentare.

    Il programma dell'evento prevede interventi della vice-presidente per l’internazionalizzazione di Confindustria, Barbara Beltrame, della presidente della Fondazione E4Impact Letizia Moratti, dell’amministratore delegato di SACE-SIMEST Pierfrancesco Latini e del vice-direttore per l’Africa Sub-Sahariana del ministero degli Affari esteri Fabrizio Lobasso, nonché del senior project manager per il settore agro-alimentare di Nomisma, Stefano Baldi, che presenterà la ricerca “Agribusiness in Africa e le relazioni commerciali con UE e Italia”.

    Seguiranno approfondimenti sulle attività per il supporto finanziario all’export di SACE-SIMEST nell’Africa sub-sahariana e due focus Paese (Etiopia/Tanzania) da parte del direttore dell’Agenzia ICE di Addis Abeba, Riccardo Zucconi e dell’Ambasciata d’Italia in Tanzania. Chiuderanno i lavori le testimonianze dell’azienda italiana Metalmont, dell’azienda kenyota Lentera Africa e dello studio Andersen Tax&Legal. Al termine del seminario, a partire dalle ore 12:00 e fino alle ore 17:00, si terrà una sessione di incontri bilaterali tra le aziende italiane e le aziende africane registrate nel Marketplace.

    Le aziende interessate a partecipare potranno registrarsi sul sito go.confindustria.it/agribusiness-africa.

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    Codeway: cooperazione ancor più strategica anche a...

    AFRICA - Quale sarà il futuro della cooperazione dopo l’epidemia che sta cambiando i paradigmi economici e sociali del mondo intero? Questo l’interrogativo cui è stata dedicata la tavola rotonda di apertura e trasversale a tutti i panel di Codeway 2020, la manifestazione ideata e organizzata da Fiera Roma, dedicata alla cooperazione internazionale allo sviluppo. Come nelle intenzioni all’origine del progetto, Codeway è stata per tre giorni la casa di tutti gli attori della cooperazione, pubblici e privati, che hanno condiviso visioni, competenze e necessità. Nelle tavole rotonde che si sono svolte in forma completamente digitale, come previsto dall’emergenza sanitaria, esponenti istituzionali, protagonisti della ricerca, rappresentanti di ong e membri del tessuto sociale e imprenditoriale si sono succeduti esprimendo tutti una preoccupazione condivisa: che si possa sacrificare il concetto stesso di cooperazione verso i Paesi terzi perché si è concentrati a salvare e ricostruire le economie nazionali. Mentre, come è emerso da tutti i tavoli, la cooperazione, oltre ad aiutare a migliorare le condizioni economiche di altri Paesi, può allo stesso tempo dare respiro alle aziende nazionali, tanto più in un frangente in cui molte di loro si vedono precluse altre possibilità per via della crisi. A sottolineare come la pandemia di Covid-19 stia avendo un impatto profondo in tutto il mondo, non solo sulla salute ma anche sull’economia e il benessere di miliardi di persone, è stata la viceministra agli Affari esteri e la cooperazione internazionale, Emanuela Del Re, che ha sottolineato come “bisogna impegnarsi per trasformare questa crisi in un’opportunità per una ripresa equa e sostenibile”. Secondo la viceministra, è possibile dare una risposta a una “crisi multi-dimensionale senza precedenti, che ha portato a un aumento delle persone in stato di povertà assoluta - +71 milioni rispetto all’inizio del 2020 -, ha ulteriormente incrementato il numero di persone esposte a insicurezza alimentare (erano 265 milioni prima della pandemia), ha causato l’interruzione di interi cicli scolastici e messo a rischio disoccupazione almeno 1,7 miliardi di lavoratori, svelando le vulnerabilità dei nostri modelli di sviluppo”. E questa risposta passa per “strumenti innovativi per finanziare la ripresa e lo sviluppo, trovando un equilibrio complessivo tra politiche fiscali, economiche e sociali” e incoraggiando la collaborazione tra “governi, privati e organismi della società civile”. Per la viceministra “la cornice universale di riferimento per quello che chiamiamo la ‘migliore ripresa’, il ‘recover better’, di cui si parla molto nel quadro delle Nazioni Unite e in altri fori internazionali” restano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico. I tavoli della tre giorni di lavoro hanno toccato temi di stringente attualità: l’energia pulita, sicura ed economica come pietra angolare dello sviluppo sostenibile e il focus sull’accesso all’energia in Africa condotto dalla Fondazione RES4Africa; una riflessione sulle politiche urbane, ambito in cui – ha sottolineato il sottosegretario di Stato per il Ministero dell’ambiente Roberto Morassut – “negli ultimi decenni abbiamo perso terreno e servono nuovi paradigmi che consentano di gestire l’incremento della popolazione delle città in un’ottica di consumo di suolo zero”; una sfida, quella di trovare modelli di urbanizzazione sostenibile, resa ancora più urgente da un “virus che – ha illustrato Elena Granata del Politecnico di Milano - si è rivelato l’urbanista che ha imposto alle nostre città cambiamenti radicali”; i cambiamenti climatici come dato da integrare al 100% nelle strategie di sviluppo, come ha evidenziato Samel Freije-Rodriguez, lead economist di Banca Mondiale; l’agribusiness quale tema chiave per gestire una crisi che si abbatte rovinosamente sull’Africa, dove, ha commentato Piero Sunzini, direttore della ong Tamat, “bisogna sviluppare modelli economici che garantiscano reddito alle popolazioni e soprattutto ai giovani, primi candidati alle migrazioni, creando lavoro e stimolando la produzione alimentare”; settore sanitario e possibilità di affrontare il Covid contando su un’alleanza tra settore profit e non profit sono infine gli argomenti protagonisti dell’ultimo panel (oggi alle 14.30). “Dall’anno prossimo – ha commentato in chiusura Pietro Piccinetti, amministratore unico e direttore generale di Fiera Roma - Codeway tornerà a essere una fiera in carne e ossa e vogliamo che diventi sempre più una casa attrattiva per il settore in tutta la sua interezza e varietà, un appuntamento che promuova uno scambio proficuo tra pubblico e privato. Sempre nell’ottica di mettere il sistema fiere a servizio delle istituzioni, abbiamo avanzato la proposta di istituire un tavolo permanente tra Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Ice, Simest, Sace e Aefi – Associazione Esposizioni e Fiere Italiane. Uno strumento – ha concluso Piccinetti - per promuovere l’organizzazione di Fiere nei Paesi emergenti, con un meccanismo vincente per tutti, dal momento che le fiere sono tra i più validi strumenti a sostegno di internazionalizzazione ed export e un fondamentale volano di sviluppo economico e sociale”. [CO]
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    Esportazioni record di karitè, Europa prima...

    AFRICA – Esportazioni record di karitè dall'Africa occidentale. Nonostante i rallentamenti subiti negli ultimi mesi, a causa del Covid-19, l'Africa occidentale ha esportato 500.000 tonnellate di karité tra agosto 2019 e luglio 2020. Lo rivelano le statistiche raccolte dai ricercatori della rete N'kalo. In cinque anni, le spedizioni di shea africano sono quasi raddoppiate. L'Europa, dove questo vegetale viene sempre più utilizzato al posto del burro di cacao o dell’olio di palma nell’industria dolciaria, assorbe l'80% delle esportazioni dell'Africa occidentale. Il Ghana è diventato il principale esportatore africano. Il Paese ha raddoppiato tra il 2019 e il 2020 le sue vendite all'estero rispetto all’anno precedente. Al secondo posto, nella regione dell’Africa occidentale, si colloca il Burkina Faso, con il 25%. In terza posizione il Benin che con le sue esportazioni, attraverso Cotonou, precede la Costa d'Avorio. Lo scorso settembre è stato inaugurato a Tema, in Ghana, il più grande stabilimento di trasformazione di burro di karitè d’Africa. Nel 2019, si stimava che il commercio del karitè nel Paese generasse 200 milioni di dollari all’anno. [VGM]
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    MSC premiato come “Best Shipping Line: Asia-Africa”

    AFRICA – La compagnia di navigazione svizzera Mediterranean Shipping Company (MSC) è stata premiata, per il secondo anno consecutivo, come “Best Shipping Line: Asia-Africa” ​​agli Asian Freight, Logistics and Supply Chain Awards 2020. Il premio attesta le performance nel settore del gruppo MSC che sulle rotte tra Asia-Africa opera con tre servizi diretti (Petra, Ingwe e Africa Express) ed è anche l'unico vettore che svolge in maniera autonoma questi collegamenti. Questo è un “mercato stimolante e dinamico”, ha riferito MSC, “in Africa Occidentale abbiamo schierato le navi di maggiori dimensioni grazie alla presenza dei terminal più grandi ed efficienti con un capillare network di servizi feeder. In Sudafrica, la compagnia ha un forte assetto interno e l'Africa orientale sta mostrando una buona crescita”. [VGM]
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    Così il continente può lottare contro cambiamento...

    AFRICA - Anche le più grandi società energetiche sono consapevoli di questo futuro e stanno lavorando per diversificare i loro portafogli globali. A settembre 2019, le principali compagnie petrolifere mondiali avevano concluso circa 70 accordi sulle energie pulite, apprestandosi a superare il totale degli accordi fatti nell’anno precedente. Ma se il settore privato sta guidando il passaggio alle energie rinnovabili, le imprese statali nel settore energetico, in Africa e nel mondo, sono in ritardo. I governi africani devono riformare le imprese pubbliche, ad esempio, introducendo appalti competitivi per la fornitura di elettricità, aprendo i mercati africani alle opportunità emergenti nel settore delle rinnovabili e persino abbassare i prezzi. Sforzi come il programma Renewable Energy Independent Power Producer Procurement (Reippp) del Sudafrica e il programma Scaling Solar della Banca mondiale e della Società finanziaria internazionale hanno fatto diminuire il prezzo del solare fino a 0,05 dollari per kilowattora. Con un’abbondanza di risorse solari, eoliche e geotermiche, i Paesi africani godono già di un vantaggio comparativo nelle energie rinnovabili e il calo dei costi delle tecnologie verdi fornisce un momento propizio per questa nuova rivoluzione energetica. Al di là del settore energetico, i sistemi alimentari e di utilizzo del suolo, compresi i settori dell’agricoltura e della silvicoltura, sono parte integrante dell’economia dell’Africa subsahariana: rappresentano il 70% dei mezzi di sussistenza e quasi un quarto del pil regionale. In effetti, le nuove opportunità di business nel settore agroalimentare e nell’uso sostenibile dei suoli potrebbero generare 320 miliardi di dollari ogni anno entro il 2030 in tutta l’Africa subsahariana. Gli sforzi per il ripristino dei suoli nella regione del Tigray in Etiopia, per esempio, stanno migliorando la resilienza degli agricoltori, la disponibilità di acqua e il sostentamento delle comunità rurali. Tali approcci sostenibili su cibo e uso del suolo possono portare a molteplici benefici collaterali, dalla riduzione della povertà rurale all’aumento della sicurezza alimentare e al miglioramento della salute delle popolazioni, alla protezione e alla rigenerazione del capitale naturale. La transizione dell’Africa verso una nuova economia climatica è in corso in molti luoghi. La domanda è: i Paesi sviluppati favoriranno oppure ostacoleranno questo processo? Dalla risposta a questo interrogativo dipenderà la possibilità per l’Africa di sfruttare appieno questa opportunità. Anche se potrebbe non essere educato dirlo, i Paesi africani hanno bisogno di denaro, sia per costruirsi un futuro più pulito e prospero sia per evitare le ipotesi peggiori degli impatti di cambiamenti climatici creati in gran parte da altri. L’atteso rifinanziamento del Green Climate Fund (Gcf) può servire sia come meccanismo d’azione che come barometro per questa sfida. La buona notizia è che a ottobre 2019 ventisette Paesi hanno confermato i loro sovvenzionamenti, portando il totale raccolto finora a 9,7 miliardi di dollari. Il Gcf è fondamentale per mantenere viva l’attenzione sull’accordo di Parigi e sostenere i Paesi in via di sviluppo nei loro interventi per il clima. Ma, finora, alcuni dei principali contributori sono rimasti in silenzio. I leader africani non possono fare tutto questo da soli. E nemmeno dovrebbero. Indipendentemente dal fatto che siano guidate dall’opportunismo o da un senso di giustizia morale, le economie sviluppate ed emergenti devono aiutare l’Africa a realizzare gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi.    [Intervento di Ngozi Okonjo-Iweala pubblicato su Foresight Africa 2020, rapporto del centro di ricerca statunitense Brookings Institute]
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    Così il continente può lottare contro cambiamento...

    AFRICA - Alla fine di quest’anno, i leader mondiali dovrebbero presentare piani nazionali sul clima aggiornati e più ambiziosi, secondo quel che è previsto dall’accordo di Parigi. Un punto critico ma anche un’opportunità irripetibile. Le ricerche mostrano che azioni audaci a favore del clima potrebbero garantire benefici economici globali per un valore di almeno 26 trilioni di dollari, da oggi al 2030. Potrebbero anche creare più di 65 milioni nuovi posti di lavoro entro il 2030, un numero equivalente alla forza lavoro odierna combinata di Regno Unito ed Egitto; evitare oltre 700.000 morti premature dovute all’inquinamento atmosferico rispetto alle normali attività; generare in dieci anni circa 2,8 trilioni di dollari in introiti fiscali. Una nuova economia sostenibile dal punto di vista climatico richiede di intervenire nei principali sistemi economici, creando le condizioni per l’eliminazione graduale del carbone e il rapido aumento delle energie rinnovabili nel settore energetico; investire in trasporti condivisi, elettrici e a basse emissioni di carbonio nelle città; potenziare sistemi alimentari sostenibili e l’uso sostenibile del suolo, compreso il ripristino delle foreste; indirizzare gli investimenti verso infrastrutture resilienti; ridurre le emissioni di filiere industriali strategiche, come quella della plastica. In caso contrario, 100 milioni di persone giungerebbero alla povertà estrema entro il 2030. L’Africa è la regione più esposta agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, nonostante contribuisca meno di tutte al riscaldamento globale. Se l’equità fosse l’unico obiettivo, l’impegno ad agire spetterebbe esclusivamente alle economie sviluppate. Ovviamente, non c’è dubbio che i grandi inquinatori debbano intensificare le loro azioni sul clima, e subito. Ma costruire una nuova economia climatica è anche un’opportunità irripetibile a cui ogni nazione africana dovrebbe dare priorità e rivendicare una propria partecipazione. Questo è il motivo per cui molti Paesi africani stanno compiendo seri sforzi per la transizione verso tecnologie a basse emissioni di carbonio. Il Marocco ha costruito l’impianto solare a concentrazione più grande del mondo per rendere più vicino l’obiettivo di avere il 53% di rinnovabili nel mix energetico nazionale entro il 2030. Il Carbon Tax Act del Sudafrica, che impone prelievi fiscali specifici sui gas a effetto serra derivanti dalla combustione di combustibili e dai processi industriali inquinanti, è entrato in vigore a giugno 2019. Entro il 2035, la carbon tax potrebbe ridurre le emissioni del Paese del 33%. L’esperienza accumulata nel campo dell’approvvigionamento dal Sudafrica, spesso considerato un pioniere delle energie pulite del continente, può favorire sviluppi simili in tutta l’Africa. Il mio Paese, la Nigeria, che lotta per garantire l’accesso universale all’elettricità per la sua popolazione, ha fissato un obiettivo di energia rinnovabile del 30% entro il 2030. Questo obiettivo sottolinea il potenziale esistente per gli investimenti sia nella rete nazionale che negli impianti decentralizzati: esistono soluzioni off-grid, come M-Kopa e Lumos, che già forniscono elettricità a migliaia di famiglie nel continente e che dimostrano bene come reti ad hoc siano un’opzione importante nelle aree rurali non servite e nelle aree urbane scarsamente servite. I Paesi africani ricchi di risorse naturali, come la Nigeria, dovrebbero considerare le energie rinnovabili un elemento cruciale per l’accesso universale all’energia, mentre lavorano per uno sviluppo resiliente e a basse emissioni di carbonio. [SEGUE]