Africa

Indice delle Smart Cities, sei metropoli africane chiudono la classifica

AFRICA – Sei metropoli africane sono presenti nell’Indice mondiale 2020 delle smart cities: Città del Capo, Rabat, il Cairo, Abuja, Nairobi e Lagos sono, nell’ordine, le città africane che ritroviamo in un elenco di 109 agglomerati urbani ritenuti in cui la tecnologia ha un impatto positivo concreto sulla vita delle persone e sull’economia.

(260 parole) - 3,90 Euro

Leggi tutto l'articolo

Bloccato
Acquista questo articolo
Singolo articolo

Acquista un singolo articolo per visualizzarne il contenuto

3,90 Euro

Abbonamento Canale

L’abbonamento a un Canale dà diritto a ricevere informazioni quotidiane su un'area geografica o un paese.

da 190 Euro

Abbonamento Area Tematica

L’abbonamento per canale tematico è pensato per chi ha interessi specifici determinati dalla propria attività e non strettamente legati a una precisa area geografica

da 350 Euro

Ultimi articoli della sezione Africa

  • Africa Free

    Milioni di auto vecchie inquinanti esportate in Africa

    AFRICA - Tra il 2015 e il 2018, milioni di veicoli vecchi e altamente inquinanti sono stati esportati in Africa da Europa, Stati Uniti e Giappone. A denunciarlo è un recente rapporto del Programma ambientale delle Nazioni Unite. L'inchiesta parla di 14 milioni di veicoli datati esportati nei Paesi in via di sviluppo tra  il 2015 e il 2018. Di questi più del 40% sarebbe stato portato in Africa. Pochi Paesi africani hanno norme precise sulle importazioni di automobili e, secondo il rapporto, molte delle auto esportate in Paesi africani non soddisfano gli standard minimi per l'inquinamento atmosferico e non sono sicure da guidare. Recentemente, nei Paesi Bassi, la polizia ha scoperto che ad alcune auto esportate in Africa sono stati preventivamente rimossi i dispositivi per abbattere gli inquinanti e i metalli preziosi, contenuti soprattutto nelle marmitte, sono stati rivenduti. In Uganda l'età media di un veicolo diesel importato dall'Europa è di oltre 20 anni. [EC]
  • Africa Free

    Focus logistica: l’internet delle cose cambierà i...

    AFRICA - Per Jean-Daniel Elbim, chief innovation & data officer di Bolloré Transport & Logistics, l’internet delle cose sarà quello che in inglese viene definito un game changer, forse paragonabile all’introduzione dei container.  Parlando con Jeune Afrique, Elbim ha individuato tre applicazioni che sempre di più avranno un peso nella logistica determinandone una completa trasformazione.  Innanzitutto, l’applicazione al container di sistemi tecnologici in grado di raccogliere e trasmettere dati forniranno informazioni non soltanto sulla posizione, ma anche sulle temperature esterne e interne, sul tasso di umidità, su eventi come impatti o sull’apertura delle porte. Tutto ovviamente in tempo reale. A rinnovarsi (seconda importante applicazione) sarà il paradigma tracking/tracing, perché il container sarà sempre rintracciabile e localizzabile ovvero non bisognerà aspettare che passi attraverso un determinato punto del percorso stabilito per avere informazioni. Questo consentirà di risparmiare tempo e garantire maggiore sicurezza.  La terza applicazione dell’IoT riguarderà le infrastrutture e la loro manutenzione: in poche parole, si avrà una mole di informazioni in tempo reale utile a stabilire eventuali interventi, anche in maniera preventiva, evitando o comunque riducendo i malfunzionamenti che poi possono avere un impatto sui tempi di consegna. Non ci saranno quindi soltanto container smart ma ci saranno anche terminal portuali smart con effetto immediato di modernizzazione dell’intera catena della logistica. Oltre a sistemi in grado di migliorare la gestione dei magazzini, come sottolinea ancora Elbim: avere tutte queste informazioni consente infatti di stabilire dove posizionare un dato container, di sapere quanti giorni dovrà restare fermo, di risolvere i problemi di traffico anche in porti africani dove al momento alcuni tratti della filiera sono ancora troppo caotici. [MS]
  • Africa Free

    Focus logistica: l’internet delle cose cambierà i...

    AFRICA - Nuove tecnologie, app, internet delle cose (IoT) stanno imprimendo un cambio che potrebbe essere epocale per la logistica. Gli esempi non mancano e spesso si tratta di piccole esperienze imprenditoriali che, grazie alla tecnologia, trovano adesso nuove risposte a esigenze specifiche.  In Nigeria, la startup digitale Kobo360 ha sviluppato un’app che ha rivoluzionato le spedizioni cargo semplicemente connettendo l’intera catena di fornitura, la filiera, garantendo in questo modo la sicurezza e la responsabilità di una merce in transito. Nel caso di Kobo360 una centrale operativa è in grado di monitorare la posizione di un camion in tempo reale tenendo le comunicazioni con gli autisti, i produttori e i distributori, anche tramite l’aiuto di un gps satellitare. E grazie alle sue soluzioni, Kobo360, pur essendo una startup, è riuscita a innalzare rapidamente in breve tempo il proprio volume di affari, appunto perché è in grado di offrire una soluzione a una necessità diffusa di agricoltori e industria.  Sulle necessità dello shopping online ha invece puntato la senegalese Ouicarry, impostando dei servizi di consegna legati ai servizi di e-commerce internazionali. «Pensavamo di avviare una tradizionale società di consegne – ha raccontato alla Bbc il cofondatore di Ouicarry, Olabissi Ojohui – ma ci sono bastati pochi mesi per capire che molte persone volevano comprare prodotti da siti francesi o americani, le quali però avevano problemi a consegnare in Africa». Così Ouicarry si è inventata un sistema per garantire le consegne e colmare l’ultimo miglio, fino al destinatario finale. Sulla tempestività (consegne in mezz’ora) ha invece puntato un’altra startup senegalese, la Paps. E non mancano in tanti Paesi sistemi di trasporto su tre ruote collegati ad app che consentono di unire la domanda all’offerta (per esempio Keke in Nigeria).  Ovviamente le nuove tecnologie stanno avendo un ruolo anche per le grandi società di logistica. [SEGUE]
  • Africa Free

    Blue Sea Land guarda all’Africa come prossima...

    “È giunto il momento di scrivere un nuovo manifesto delle relazioni tra l’Italia e l’Africa”: con queste parole Emilio Ciarlo, responsabile dei Rapporti Istituzionali e Comunicazione dell’Aics, ha ribadito venerdì l’importanza della Cooperazione per approcciare i Paesi africani in un’ottica di integrazione e in un rapporto di stima e fiducia, durante i lavori della IX edizione di Blue Sea Land, quest'anno interamente trasmessa in modalità digitale per via della pandemia. Un concetto condiviso da Antonino Carlino, Presidente del Distretto della Pesca e della Crescita Blu, che ha inaugurato la sessione intitolata “Quale partenariato per l’Africa?” ricordando che “La cooperazione in Africa è la prima missione del Distretto della Pesca”.

    Blue Sea Land, Expo dei Cluster del Mediterraneo, dell’Africa e del Medio Oriente, ha sempre dedicato un’attenzione particolare all’Africa, con l’obiettivo di sviluppare cooperazioni diplomatiche, scientifiche ed economiche fra gli operatori delle aree coinvolte, nonché modelli di sviluppo estesi a tutte le filiere produttive, dall’agroindustria al manifatturiero, nel rispetto degli aspetti ambientali e culturali. Un appuntamento, quello del Blue Sea Land, tanto più di rilievo che “l’Africa sarà la prossima destinazione della Blue Economy”, come lo ha affermato Massimo Zaurrini, Direttore del mensile Africa e Affari e moderatore dell’incontro.

    Eppure, ha osservato Eugène Nyambal, economista presso il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l’Africa continua ad avere una scarsa percezione della presenza italiana nel continente. L’Italia - ha proseguito l’economista camerunese -, con le sue specifiche competenze (in ambito agricolo, industriale, edile, tessile, automobilistico, ecc.) e con le forti similitudini che esistono tra le sue piccole e medie imprese e le aziende di impronta familiare dell’Africa, potrebbe sviluppare partnership di peso con il Continente, chiamato a non dipendere più dall’export, a diversificare le rispettive economie, e a valorizzare le catene di filiere direttamente sul territorio, con l’aiuto di tutti i mezzi, dalle tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione alla Logistica, dalla Formazione alla creazione di zone economiche speciali e cluster industriali per attrarre investimenti dal mondo intero.

    Se è vero che la crisi Covid e le distorsioni che ha fatto emergere nelle catene di valore possono diventare uno stimolo per l’Africa a privilegiare i prodotti locali e gli scambi intra-africani, Ciarlo ha tuttavia chiamato a sostenere una nuova economia composta da distretti e da attori locali per non imbattersi nell'isolazionismo dei continenti, possibile rischio legato alla pandemia. Da qui il ruolo della Cooperazione italiana - ha sottolineato Fabio Melloni, Titolare della sede Aics di Nairobi - il cui lavoro è incentrato sulla microeconomia, investendo essenzialmente in incubatori di imprese, con la priorità data alle fasce vulnerabili (giovani e donne).

    Senonché manca in Italia una volontà politica per riformare la cooperazione e adattarla con le realtà locali, nella fattispecie con la dimensione vernacolare delle economie africane, ha fatto notare il Presidente del Centro Relazioni con l’Africa (Cra) della Società Geografica Italiana, Jean Léonard Touadi, sottolineando la forte domanda di formazione registrata nel Continente, impaziente di affacciarsi ai mercati globali. A fargli eco, Eliana La Ferrara, del Laboratorio per Politiche di lotta contra la Povertà (Leap, Laboratory for effective anti-poverty policies), inaugurato nel 2016 dall’Università Bocconi per sostenere la crescita nei Paesi poveri con la raccolta di dati originali attraverso una rigorosa ricerca scientifica, rafforzata dalla stretta collaborazione tra ricercatori e imprenditori: “Programmi di formazione su misura (personalized management training), miglioramento delle capacità marketing, business plan competitions, prestiti con una proroga sui pagamenti, instaurazione di collegamenti diretti tra i produttori africani e i distributori di Paesi ad alto reddito sono tutti meccanismi capaci di comportare ricadute positive in un contesto rischioso come quello africano, in cui gli imprenditori non hanno accesso ai capitali, sono confrontati a una carenza delle infrastrutture e non possono contare su una formazione imprenditoriale”, ha specificato la direttrice scientifica del Leap, descrivendo i vari approcci sperimentali che possono contribuire a potenziare l’accesso al mercato e la crescita delle aziende in Africa, un Continente caratterizzato dalla microimprenditoria, con quasi la totalità delle aziende presenti nel territorio composte da meno di dieci lavoratori e a bassa produttività.

    Un incontro, dunque, ricco di spunti e incentivi sia per l’Italia ad accrescere il proprio ruolo nel Continente, anche in vista delle nuove opportunità di affari che spunteranno per le aziende con l’imminente avvio dell’area africana di libero scambio (AfCFTA, African Continental Free Trade Area), sia per l’Africa che, come ha ricordato Ginevra Letizia, responsabile della sede Aics di Maputo, in Mozambico, dovrà mostrarsi “disposta a pagare il prezzo dell’utopia”, investendo sul proprio capitale umano, incrementando la produzione interna, creando posti di lavoro, costruendo città sostenibili e privilegiando settori chiavi, come la sanità e l’istruzione. [CN]
  • Africa Free

    Focus logistica: quei sedici Paesi senza sbocco al mare

    AFRICA - Sono lontani dai porti e quindi dalle vie commerciali principali, con distanze che a volte possono superare centinaia o migliaia di chilometri. Mancano di infrastrutture fondamentali come ferrovie e strade, le merci possono impiegare settimane o mesi prima di arrivare a destinazione, anche per i ritardi legati alle procedure doganali. Queste le condizioni di partenza dei sedici Paesi africani che non hanno sbocco al mare e che rientrano nella lista dei Landlocked Developing Countries (Lldc) stilata dalla Banca mondiale e che comprende in totale 32 nazioni.  I corridoi pensati a livello continentale mirano a sbloccare i potenziali di questi Paesi che spesso hanno poche alternative a disposizione. Singolare il caso dell’Etiopia, che con una popolazione di oltre cento milioni di abitanti è il secondo più popoloso Paese del continente dopo la Nigeria: una potenza demografica che ha visto la propria economia crescere con costanza negli ultimi venti anni ma che allo stesso tempo risente molto del mancato affaccio sul mare e quindi delle rotte commerciali. Queste sono state garantite finora da Gibuti e sono state beneficiate dal collegamento ferroviario di recente stabilito tra Addis Abeba e il porto di Gibuti. In futuro, nuove vie commerciali dovrebbero essere possibili attraverso l’Eritrea – i due Paesi hanno ritrovato la pace – e attraverso la Somalia: molto dipende dalla stabilità regionale in una zona, quella del Corno d’Africa, che deve ancora trovare un proprio stabile assetto. L’instabilità è anche il fattore caratterizzante di diversi Paesi della fascia saheliana, anch’essi senza sbocco al mare, come Ciad, Niger, Burkina Faso e Mali, e per questi Paesi le questioni di sicurezza si vanno a sommare ad ancora precarie situazioni di ordine economico e sociale. [MS]
  • Africa Free

    Focus logistica: parola d’ordine corridoi multimodali...

    AFRICA - Liberare le zone interne dalla loro marginalità geografica è uno degli scopi che le istituzioni africane si sono poste e che insieme al lancio dell’Area di libero scambio continentale hanno legato indissolubilmente allo sviluppo infrastrutturale. Su questa linea si pone anche quella che è stata definita la Presidential Infrastructure Champion Initiative (Pici), una iniziativa nata da una proposta sudafricana che ha portato all’identificazione di otto progetti “promossi” da altrettanti capi di Stato. Questi progetti, legati quindi a una figura politica di rilievo, sono la linea di navigazione tra il Lago Vittoria e il Mediterraneo attraverso il Nilo (progetto egiziano); la costituzione di uno Smart Africa Project (Ict) in Rwanda; il corridoio Lapsset che unirà Kenya, Etiopia e Sud Sudan; il Corridoio stradale e ferroviario nord-sud (dal Sudafrica alla Tanzania); il ponte di collegamento tra Kinshasa e Brazzaville, capitali dei due Congo divise dall’omonimo fiume; il gasdotto tra Nigeria e Algeria; il collegamento stradale e ferroviario tra Dakar (Senegal) e N’djamena (Ciad); l’autostrada transahariana tra Algeria, Niger e Nigeria.  Fra le regioni più attive in operazioni interstatali c’è sicuramente l’Africa orientale, dove si sta lavorando a una serie di collegamenti transfrontalieri e dove sono state concluse anche alcune opere di significativa importanza: tra queste c’è il completamento della ferrovia tra Addis Abeba e Gibuti, il completamento di tre moli del porto di Lamu nell’ambito del Lapsset, la costruzione della linea ferroviaria Mombasa-Nairobi-Kampala-Kigali. Si tratta solo di esempi di vari progetti transfrontalieri in corso e che stanno interessando soprattutto i sei Paesi della Comunità dell’Africa orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda e Sud Sudan) per un totale di trentasei progetti.  Dall’altra parte dell’Africa, nella regione occidentale, i progetti sono rallentati indubbiamente da un quadro della sicurezza reso precario lungo la fascia saheliana dalla presenza di gruppi armati islamisti (ma non solo) e di croniche situazioni di instabilità politica (si veda il Mali e il recente golpe dei militari). Ciononostante in cantiere c’è l’autostrada di collegamento tra Dakar (Senegal) e Abidjan (Costa d’Avorio) oltre che una via di collegamento marittimo ancora tra Dakar e Praia (Capo Verde).  L’Africa australe, grazie al Sudafrica, è tra le regioni africane meglio attrezzate e sta puntando su porti e ferrovie.  Su questo quadro pesa la spada di Damocle dei finanziamenti. Secondo una stima fatta dalla Banca africana di sviluppo, il continente soffre un gap finanziario relativo alle costruzioni di 108 miliardi di dollari all’anno. Non è un caso che nel 2018 e nel 2019 a Johannesburg, proprio la Banca africana di sviluppo abbia organizzato l’Africa Investment Forum, un evento pensato per mettere attorno allo stesso tavolo decisori politici, imprese, investitori e istituzioni finanziarie multilaterali. [MS]