Africa

La cooperazione italiana vuole sostenere le piccole e medie imprese

AFRICA – “La Cooperazione italiana punta a sostenere la crescita delle piccole e medie imprese, soprattutto attraverso programmi di supporto all’imprenditoria femminile”. Lo ha detto ieri il direttore generale della Cooperazione italiana, Giampaolo Cantini, durante il convegno , intitolato: “Le dinamiche e le prospettive dell’Africa sub-sahariana, alla luce dei progressi conseguiti dal continente negli ultimi anni”.

Nel 2014, ha detto Cantini, l’Italia ha speso in Africa circa 80 milioni sul canale bilaterale e multilaterale, incluse le emergenze. Dal 2000 al 2015, ha aggiunto, “il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà estrema si è dimezzato, come anche il tasso di mortalità infantile”. Allo stesso tempo, “è raddoppiato il numero dei bambini che hanno accesso a un’istruzione”. Tuttavia, ha sottolineato Cantini, “c’è ancora spazio per il rafforzamento dei settori della sanità e dell’istruzione”.

I risultati positivi dell’iniziativa  Italia-Africa, lanciata dalla Farnesina, sono stati sottolineati da Raffaele de Lutio, Direttore Centrale per i Paesi dell’Africa Sub-sahariana presso la Direzione generale per la mondializzazione e le questioni globali.

L’evento di ieri è stato realizzato in collaborazione con il Centro studi e ricerche Idos e il Centro piemontese di studi africani. [CC]

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    I giovani, presente e futuro della cooperazione...

    AFRICA - Sinergie tra Africa e Italia per lo sviluppo di coltivazioni e alimentazione sostenibili sono state messe in luce durante seminari a cura dell’Ong italiana Tamat e del Dipartimento Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali - DSA3 dell’Università degli Studi di Perugia, dedicati alla filiera ovina, all’allevamento avicolo e all’orticoltura. Rivolta a studenti in scienze zooteniche e agronomiche, l’iniziativa "Si può fare: la cooperazione internazionale a tutte le latitudini" ha presentato esperienze concrete: quella degli  degli orti bio di okra (o gombo) a Montemorcino (Perugia) coltivati dai migranti, quella del progetto "Polli a Loumbila", in Burkina Faso, quella per  il ripristino della razza ovina Berberina a favore di giovani allevatori in Tunisia, e quelle di varie iniziative legate alla filiera avicola e ovina, empowerment femminile, lotta alla povertà in Burkina Faso. “A fare da ponte tra Africa e Italia sulla cultura di coltivazioni e alimentazione sostenibili, la ricerca presentata dal professor Francesco Tei con spunti interessanti offerti dal lavoro del professor Giorgio Gianquinto dell’Università di Bologna sulle colture diverse che compongono la galassia orticoltura, l’importanza strategica del settore orticolo e le principali tecniche di coltivazione fuori-suolo con esperienze in diversi contesti urbani internazionali” riferisce Tamat. Un connubio virtuoso, dunque, di ricerca nativa e congiunta tra Africa e Italia per affrontare le criticità dei cambiamenti climatici, di suoli e colture orticole, del produrre e consumare locale anche in contesti fortemente urbanizzati, della ricerca di investimenti nel lungo periodo per la sicurezza alimentare e l’autonomia socio-economica, dell’effetto covid-19 su attività e progetti, della crisi umanitaria nel Sahel e delle migrazioni interne (esacerbate della minaccia jiadista) in Burkina Faso.
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    Oltre 300 milioni dalla Banca Mondiale per le comunità...

    AFRICA - Due progetti di sviluppo per rafforzare la resilienza delle comunità residenti nella regione del Lago Ciad hanno ottenuto finanziamenti dall’Associazione internazionale per lo sviluppo, del gruppo della Banca Mondiale. In totale sono 346 milioni di dollari i fondi messi a disposizione per un progetto di rilancio e di sviluppo della Regione del Lago Ciad (Prolac) e per il progetto multisettoriale d’uscita di crisi per le popolazioni del nordest della Nigeria. L’area del Lago Ciad si espande a cavallo tra il Camerun, il Niger, la Nigeria e il Ciad. In questa zona del Sahel vivono circa 20 milioni di persone, sparse tra sponde e isolotti. Da decenni le difficoltà quotidiane delle comunità locali, dipendenti da un fragile ecosistema, priva di infrastrutture in un’area remota e di difficile accesso, alimentano dibattiti e smuovono finanziamenti della comunità internazionale. Negli ultimi anni, anche la questione della sicurezza è diventata fonte di preoccupazione, in quanto alle periodiche faide tra comunità locali si sono aggiunti minacce di gruppi terroristi, in particolare il gruppo nigeriano Boko Haram. [CC]
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    E-Africa Business Lab: un assist per le attività di...

    L'avvio del progetto E-Africa Business Lab conferma la forte attenzione che ICE negli ultimi anni sta dedicando all'Africa. E i dati sull'export, anche quelli di questi primi 4 mesi nonostante la pandemia, sembrano confermare la scelta. Così il direttore generale dell’Agenzia ICE, Roberto Luongo, illustra a InfoAfrica il successo dell’appuntamento promosso per presentare alle piccole e medie imprese italiane le opportunità esistenti nei mercati africani.

     

    Le quattro giornate informative, con oltre 250 aziende presenti provenienti da ogni parte d'Italia e in rappresentanza di tutti i settori, sono una testimonianza di grande curiosità. Ve lo aspettavate?

    L’Africa è sotto i nostri riflettori da sempre e negli ultimi anni, essendo tra le priorità della Cabina di regia per l’internazionalizzazione, ICE Agenzia le ha dedicato una costante attenzione, mettendo a punto una strategia mirata ed un piano promozionale dedicato, denominato “Piano Africa” che prevede un’ampia gamma di iniziative a supporto della presenza italiana nell’area, con  manifestazioni fieristiche di taglio multisettoriale, missioni di  scouting, incontri di partenariato e seminari tecnologici e tanto altro.

    A questa sfida si accompagna anche la presenza di una rete estera ICE sempre più forte in Africa sub-sahariana per assistere le crescenti richieste delle PMI italiane e che, negli ultimi anni, è stata rafforzata con l’apertura di uffici strategici con competenza regionale in Ghana (Accra), Etiopia (Addis Abeba), Angola (Luanda), Mozambico (Maputo), ad integrazione dello storico ufficio in Sudafrica (Johannesburg).

    In questo contesto, E- Africa Business Lab - il nostro nuovo progetto di formazione manageriale per imprese italiane interessate ai mercati africani - si conferma una felice intuizione, perché risponde ad un interesse diffuso del sistema imprenditoriale italiano che guarda ai mercati africani con rinnovata curiosità, ma che ha bisogno di maggiore accompagnamento da parte del Sistema Paese, data la complessità di questo continente, i cui numeri non sono spesso cosi evidenti a tutti.

    Quando parliamo d’Africa infatti ci riferiamo a 54 Stati sovrani diversi tra loro, ognuno con le proprie dinamiche politiche ed economiche e differenze sociali e culturali, ma anche ad un mercato con una popolazione di 1,3 Mld - con una popolazione giovane, l’età media è inferiore ai 30 anni - che nel 2060 costituirà un quarto di quella mondiale.

    Ma soprattutto guardiamo ad un continente in cui lo sviluppo è in atto da oltre un ventennio in termini di crescita economica, crescita demografica e urbanizzazione e che, dopo l’inevitabile recessione prevista quest’anno a causa del Covid -  secondo il FMI si passerà dal +3,6% al -1,6% per il 2020 -  ritornerà ai livelli di crescita anteriori alla pandemia e diventerà, con l’entrata in vigore dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), la più grande area di libero scambio a livello mondiale.

    Di qui, il nostro intento di aiutare le imprese italiane a presidiare i mercati africani più da vicino, affinché l’Italia che, nel 2019 si è attestato come il 12° fornitore (6°in Europa) con un export pari a Euro 5,5 mld - concentrato per la metà in Nigeria e Sudafrica e per circa un terzo nella meccanica strumentale - possa migliorare il suo posizionamento, accanto agli altri principali competitors internazionali come Cina, India ed europei (Germania e Francia).

    Il nostro Made in Italy infatti ha, come sempre, tanti vantaggi competitivi da giocare sui mercati esteri, ma qui in Africa, può contribuire in modo significativo a quel processo di creazione di valore delle filiere produttive, sempre più auspicato dai governi locali, grazie alla sua posizione geografica privilegiata nel Mediterraneo, alla leadership in tecnologia delle nostre aziende, al  trasferimento di know-how dei nostri manager e tecnici e alla promozione di forme di partenariato win-win.

     

    Il progetto doveva tenersi in aula, poi la pandemia del Covid-19 vi ha costretti a riformularlo on line. Ne è venuto fuori un percorso imponente di 16 webinar, con percorsi personalizzati e incontri one to one con consulenti. Vi rendete conto che si tratta di un progetto innovativo?

    Sicuramente la pandemia del Covid-19 è stata anche un’opportunità per l’Agenzia ICE per dimostrare ancora una volta di essere concretamente a fianco delle imprese italiane, in particolare le piccole e medie, in un momento di forte difficoltà per l’economia del paese. Di concerto con il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, abbiamo messo a punto idee nuove e misure concrete di impatto immediato a sostegno delle aziende.

    Tra queste, anche Africa business lab –  un nuovo progetto formativo già in cantiere, previsto inizialmente, in presenza, a marzo scorso – che è stato rapidamente riformulato in modalità webinar e ribattezzato “l’Africa a portata di click”, rivelatosi fortemente innovativo per tante ragioni.

    Innanzitutto è il primo  percorso di accompagnamento per imprese italiane che apre una finestra sui mercati dell’Africa sub-sahariana e lo fa, in modo inclusivo e strutturato, avvalendosi della collaborazione del Sistema paese con il MAECI, con SACE SIMEST e con Confindustria Assafrica & Mediterrraneo ed alcune Confindustrie territoriali (Assolombarda, Emilia Romagna, Veneto centro, Firenze) a dimostrazione che l’Africa sub-sahariana è una geografia prioritaria per i principali attori coinvolti nell’internazionalizzazione.

    Ma di sicura novità è anche l’approccio proposto alle imprese, con un duplice percorso. Dapprima un ciclo di webinar informativi a taglio geografico (Africa continentale, orientale, occidentale ed australe) con esperti del Sistema paese per inquadrare i trend in atto nelle varie regioni.

    Successivamente quattro percorsi formativi settoriali (agribusiness, energia, infrastrutture e costruzioni e moda) guidati da esperti della Faculty ICE, incentrati ciascuno su due mercati target messi a confronto, per accompagnare l’impresa in una analisi a tavolino delle opportunità e dell’ambiente d’affari e nell’elaborazione di un proprio business plan finale nel corso di un incontro finale “one to one”.

    Innovativo infine è anche il ricorso al webinar, uno strumento che troverà uno sviluppo crescente anche nell’era post vovid-19, in quanto aggiunge un nuovo modello di interazione per avvicinare i mercati – presidiati dalla rete ICE all’estero - alle aziende. Certamente, è un canale che non si sostituirà alle forme promozionali tradizionali, ma che porta con sé il vantaggio di una maggiore agilità, inclusività e non ultimo, una maggiore razionalizzazione delle risorse.

    E- Africa Business Lab ne è la prova. Ad oggi, ha riscosso numeri importanti, superiori alle aspettative, con quasi 300 adesioni complessive tra aziende ed organismi intermediari da tutta Italia e da tutti i settori, di cui ben 200 parteciperanno anche ai percorsi formativi settoriali in aula virtuale. Il progetto, che si svolgerà tra maggio e settembre 2020, sarà un assist privilegiato per l’attività di internazionalizzazione di ICE Agenzia in Africa, in quanto ha l’obiettivo di preparare un numero significativo di aziende italiane ad affrontare con maggiore consapevolezza e in forma strategica mercati complessi come quelli africani, in vista di future azioni promozionali da realizzare nell’era post covid-19, nel quadro del Piano ICE per l’Africa. [CN]

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    La sostenibilità delle città africane (3) nascerà...

    AFRICA - Ovviamente, la questione urbanizzazione ha fatto emergere riflessioni anche all’interno del continente. Joe Osae Addo, architetto ghanese celebre a livello internazionale per il suo approccio cosiddetto inno-native (ovvero il concepire un’opera come inserita in un ambiente che è interazione di luogo e di identità), ha proposto di spostare l’attenzione sui contesti rurali ovvero sui bacini comunitari da cui intere popolazioni si spostano per andare ad affollare le periferie magmatiche delle conurbazioni africane. “Se guardiamo alle grandi città africane - ha detto in un’intervista al mensile economico Africa e Affari - notiamo come la maggior parte dei problemi, dall’assenza dei servizi pubblici alla carenza di condizioni igieniche, siano una conseguenza diretta della costante migrazione dalle campagne. La mia domanda diventa allora: perché continuiamo a investire tanti soldi nelle città e non realizziamo invece infrastrutture necessarie a promuovere lo sviluppo delle zone rurali? È ovvio che le persone decidono di spostarsi dai loro villaggi, se tutte le risorse sono concentrate nelle grandi città: è puro istinto di sopravvivenza”.  Osae Addo crede che compito dell’architettura sia di dare maggiore importanza alla realtà dei luoghi circostanti e all’identità tradizionale del sito in cui si va ad agire: “Chi però decide quale debba essere l’indirizzo generale non sono né gli architetti né gli altri professionisti, ma gli attori a livello politico”.  Di diverso avviso è invece Roberto Forte, architetto italiano da anni di stanza a Città del Capo ma con un piede anche in Italia, a Catania, e impegni professionali che nel tempo lo hanno portato a Maputo, in Mozambico, e a Lagos e Port Harcourt, in Nigeria. “L’utopia di creare delle microeconomie nei villaggi va purtroppo contro la direzione di crescita dell’Africa. Ci sono però degli studi molto interessanti che riguardano gli insediamenti informali, le township, e qualcuno sta cominciando a riflettere sul fatto che forse bisognerebbe cominciare proprio da quelli, bisognerebbe imparare dall’urbanistica spontanea per capire quali in realtà possono essere i nuovi modelli di sviluppo per il futuro”. Un capovolgimento di prospettiva interessante per contesti urbani africani che nascono da un sostrato sociale e culturale molto diverso rispetto ai centri urbani europei, cinesi o americani, che poggiano su un diverso concetto di bellezza (bello è ciò che è utile) e da una diversa concezione del tempo (si vive il contingente, non si pianifica il futuro), come per esempio sottolinea l’architetto sudafricano Joe Noero. “Partire dalle township - aggiunge Forte - significa riprendere il modello sociale, il modello di gestione della famiglia che è una famiglia allargata, estesa. Non è la famiglia che intendiamo noi - mamma, papà e figli - è una famiglia molto più ampia dove ci sono gli amici, i cugini, gli zii e tutti quanti si occupano della crescita dei figli e della loro educazione, quando si può dare un’educazione. Inoltre non hai gente che vive in casa, hai gente che dorme in casa. Cucinano fuori, la loro vita si svolge all’aperto, e l’aperto non è un giardino con le palme e l’amaca. L’aperto è il vialetto su cui ci sono altre cinquemila baracche”. Che ci sia poi un’urgenza di fronte a sfide imponenti è innegabile: “Ma sono ottimista - conclude Forte - perché vedo delle dirigenze che come in Sudafrica stanno lavorando bene e sperimento una volontà e una voglia di fare in diversi Paesi del continente. Certo, la corruzione e l’influenza dei Paesi più ricchi rappresentano un freno e secondo me sono gli unici veri mali da sconfiggere”. Un ventaglio, dunque, ancora aperto di riflessioni anche molto diverse tra loro, nelle quali però si rincorrono, quasi come filo conduttore, la centralità dell’elemento umano e l’importanza di modelli africani non necessariamente affini a quelli occidentali o cinesi e che possono trovare ispirazione, perché no, in quegli slum fatti di materiale riciclato e di una socialità e vitalità che solo in Africa si possono trovare. [Oltremare]
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    La sostenibilità delle città africane (2) e il...

    AFRICA - Uno che un suo modello lo sta portando in giro per il mondo e anche in Africa è Stefano Boeri. Le città sono sicuramente l’elemento umano da cui ripartire nella visione di Boeri, che dopo aver rivoluzionato una parte di Milano con il suo Bosco verticale, sta trasferendo questa idea in vari contesti e in Africa la prima tappa è stata l’Egitto. In un mondo sempre più urbanizzato, disegnare città sostenibili in grado di avvicinare la persona alla natura, secondo l’architetto milanese, significa fornire risposte a bisogni impellenti dell’umanità che la diffusione e le conseguenze della pandemia di covid-19 hanno portato finalmente a nudo. Nel Manifesto sulla forestazione urbana fatto proprio da Stefano Boeri Architetti, si indicano le prime azioni che dovrebbero essere attuate per implementare nel concreto questa visione progettuale e si sottolinea come questo non sia un tema solamente italiano o europeo; anche l’Africa è in prima linea con progetti visionari e ambiziosi come il Great Green Wall, una grande muraglia verde in grado di limitare l’estensione del Sahara, e applicazioni di soluzioni tecnologiche innovative e strategie di gestione delle città per la produzione di energia, l’organizzazione dei trasporti, la scelta dei materiali e delle tecniche costruttive. [SEGUE]
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    La sostenibilità delle città africane e i modelli di...

    AFRICA - Sono sempre i numeri che danno l’idea delle macrotendenze. L’Africa non fa eccezione come sottolinea un articolo di Oltremare, il magazine dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo che riportiamo qui di seguito. Il continente africano è destinato a vedere raddoppiata la propria popolazione entro il 2050, con la regione subsahariana che quell’anno sarà abitata da oltre un miliardo di persone in più rispetto ad oggi.  Secondo megatrend: l’urbanizzazione, che porterà più metropoli e più città. Quelli che oggi sono villaggi diventeranno centri urbani più rilevanti e molto presto (già quest’anno, secondo alcune stime dell’Onu) le città africane conteranno nel complesso più abitanti delle città europee o di quelle dell’America Latina. Quindi, incremento demografico e processo di urbanizzazione sono fenomeni interconnessi che nel loro insieme rappresentano due sfide decisive su cui il continente è chiamato a confrontarsi ma il cui esito interessa il mondo intero. Perché uno sviluppo sostenibile avrà effetti benefici diretti sulle popolazioni africane ma anche sull’ambiente, sul clima, sulla gestione dei flussi migratori; al contrario, risposte approssimative a queste sfide rischieranno di pesare ancora di più sulla bilancia della sostenibilità globale e sugli obiettivi di sviluppo fissati nell’Agenda 2030, che è la road map e allo stesso tempo cartina di tornasole per misurare lo sviluppo o il mancato sviluppo o addirittura i passi indietro dell’umanità nel prossimo decennio. Le misure di contenimento imposte in quasi tutti i Paesi africani per far fronte alla pandemia di covid-19 hanno mostrato i limiti di contesti urbani dove milioni di persone vivono ammassati in baraccopoli, senza una resilienza economica - per di più - tale da consentire loro di rimanere in casa: uscire è sopravvivere, si guardi a Nairobi o a Lagos, a Luanda o Kinshasa. Sono contesti di fragilità dove l’architettura italiana potrebbe dare un contributo di sviluppo, soprattutto nella logica di un cambiamento a 360 gradi dei modelli ora dominanti. Ne è convinto Walter Baricchi, Coordinatore del Dipartimento Cooperazione, solidarietà e protezione civile del Consiglio nazionale degli architetti “Certamente l’architettura italiana - dice Baricchi a Oltremare - può contribuire a sviluppare i modelli locali, può contribuire con un approccio che non è solo tecnico, ma è anche umanistico, molto attento a quelle che sono le condizioni sociali dei luoghi in cui si va a intervenire. E quindi con modelli che cercano un dialogo con quelle che sono le culture della tradizione locale”. Sul processo di urbanizzazione in corso in Africa, Baricchi è particolarmente preoccupato: “È un’urbanizzazione che sta procedendo a ritmi elevatissimi e che non si riesce a controllare perché sta seguendo modelli che a mio avviso non funzionano e confliggono con i principi di una corretta cooperazione e sviluppo locale secondo i termini dell’Agenda 2030. Per uscire da questa impasse occorre cambiare completamente modelli. Adesso abbiamo un sistema urbanistico di consumo. C’è un’Africa letteralmente consumata non dagli africani ma dai grandi attori internazionali che ne saccheggiano le risorse. E questo introduce un forte impoverimento, un collasso delle tradizionali reti sociali e delle reti insediative, obbligando gli africani a convergere verso le grandi conurbazioni urbane dove trovano dei problemi pazzeschi: gestione dei rifiuti, approvvigionamento, condizioni igieniche, un sistema sociale alterato, un sistema sanitario fuori controllo e che invece è molto più efficace e facile da gestire se distribuito nel territorio. Ci sono dei modelli di sostenibilità da sempre a disposizione degli africani che stanno letteralmente sparendo”. [SEGUE]