Uganda

Arrivano primi pagamenti al Fondo petrolifero

UGANDA – Sono pari a 63 milioni di dollari i fondi pagati dalle compagnie petrolifere che operano in Uganda al Fondo petrolifero stabilito dal governo di Kampala lo scorso anno per gestire i proventi ottenuti attraverso lo sfruttamento degli idrocarburi.

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    AFRICA ORIENTALE - I Paesi dell'Africa orientale rischiano di non riuscire a ripagare il debito estero. Le minori entrate fiscali e di quelle dell'export hanno ridotto le disponibilità di cassa ed espongono le loro economia al rischio insolvenza. La crisi era già in corso prima della pandemia, ma l'arrivo del Covid-19 ha amplificato la vulnerabilità, con rapporti debito estero/Pil superiori al 50%. Gli ultimi dati forniti della Commissione economica per l'Africa delle Nazioni Unite (Uneca) mostrano che, in media, oltre il 10% dei proventi delle esportazioni e del reddito primario viene speso per il rimborso del debito. Ad esempio, il Kenya spende il 22,6% delle sue entrate dalle esportazioni per il rimborso, seguito da Burundi (14%), Ruanda (12,6%) Uganda (12,2%) e Tanzania (8,4%) Questa situazione delicata rischia di peggiorar perché molte nazioni hanno contratto ulteriori debiti per sostenere le loro economie piegate dall'epidemia. In Uganda, per esempio, il Parlamento ha approvato un piano per prendere in prestito 600 milioni di dollari dal Fondo monetario internazionale per colmare le lacune di bilancio. I parlamentari hanno anche approvato una proposta del ministero delle Finanze per prendere in prestito altri 3,2 trilioni di scellini ugandesi sul mercato interno. A giugno, la Banca centrale di Kampala stimava il debito ugandese in 13,11 miliardi di dollari, con il 20% di tutte le entrate pubbliche destinate al rimborso del debito. Si prevede che il debito pubblico salirà al 46% del Pil nell'anno finanziario in corso. [EC]
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    UGANDA - I distributori di alcolici e i gestori di locali pubblici chiedono che vengano riaperti i bar.  La chiusura fa parte di una serie di misure per evitare gli assembramenti e la diffusione del Covid-19, ma ha messo in ginocchio gli esercenti. Herbert Tumwesigye, distributore di birra, ha detto alla stampa locale di operare al 60% della capacità un livello molto più basso di quell'85% di cui necessitano per  raggiungere il pareggio. “La continua chiusura dei bar è un enorme fardello per la vendita al dettaglio e la distribuzione e, sebbene siamo consapevoli del fatto che la loro riapertura rappresenta un rischio, riteniamo che si possa fare molto per garantire la sicurezza e il benessere del pubblico. Chiediamo quindi di considerare la riapertura di bar e club in tutto il Paese, con la stretta osservanza delle procedure operative standard di sanità”, ha detto Tumwesigye. In Uganda, la rete di distribuzione di birra conta 120 imprese che, insieme, danno lavoro a circa 9.000 dipendenti. A queste, si aggiunge un migliaio di aziende e decine di migliaia di dipendenti che commerciano vino e alcolici. “In qualità di distributori e rivenditori di bevande, la nostra attività dipende in modo significativo dalla fornitura e dalla distribuzione a bar e locali notturni, le cui attività restano chiuse - ha affermato -. La continua chiusura dei bar ha avuto un grave impatto sulle nostre attività con una riduzione delle vendite del 40% il conseguente licenziamento del 20% della forza lavoro”. [EC]
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    La Cina importa sempre più manioca

    TANZANIA - La Cina è sempre più interessata alla manioca tanzaniana. La scorsa settimana, un'altra azienda della nazione asiatica ha annunciato l'acquisto di un milione di tonnellate di prodotto a partire dalla stagione in corso. Da tempo, Pechino ha deciso di spingere sull'importazione di questo prodotto africano considerata la crescita della domanda interna. Proprio per rispondere a questa domanda, quest'anno, il governo tanzaniano ha così annunciato di voler aumentare la produzione dalle attuali otto tonnellate ad almeno 16 tonnellate per ettaro attraverso un miglioramento delle tecniche di produzione. Alla base di questo commercio c'è il protocollo fitosanitario siglato nel maggio 2017 tra i due Paesi. Il documento ha rappresentato la base dello sviluppo commerciale bilaterale aprendo l'accesso al mercato cinese per i prodotti tanzaniani, tra i quali, appunto, la manioca secca. Nyasebwa Chimagu, direttore delle colture del ministero dell'Agricoltura, ha recentemente affermato che il mercato cinese della manioca è molto promettente e aperto a tutti, aggiungendo che il governo sta lavorando per fornire tutte le misure necessarie per facilitare l'accessibilità al mercato. In particolare, la Tanzania si è impegnata a fornire prodotti esenti da parassiti e malattie, da contaminanti come sabbia, metalli e pesticidi. “Stiamo cercando di adeguare la nostra industria di packaging ai requisiti cinesi”, ha affermato Chimagu. Nonostante ciò, il prezzo mondiale della manioca secca è relativamente basso e non tale da coprire gli attuali costi di produzione tanzaniani. Attualmente, la Tanzania esporta piccole quantità di manioca e prodotti a base di manioca, principalmente patatine essiccate, in Ruanda, Burundi, Rd Congo, Kenya, Cina, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Un mercato che ha fruttato ad Arusha 12,93 milioni di dollari Usa nel periodo tra il 2016 e il 2018. [EC]                          
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    Guerra in Tigray: presa Mekellé, notizie di...

    ETIOPIA - Si è ufficialmente conclusa con la presa di Mekellé, capitale del Tigray la “vasta operazione di polizia” lanciata dal governo di Addis Abeba nei confronti del Tigray’s People Liberation Front (TPLF) partito di governo della regione settentrionale etiope che nell’ultimo anno non aveva fatto troppo mistero delle proprie ambizioni autonomiste/separatiste.

    A darne notizia nel fine settimana lo stesso primo ministro Abiy Ahmed, il quale in un discorso sui media nazionali ha evidenziato il sostegno dato dalla popolazione locale alle forze armate nazionali, a voler dissipare l’idea che le operazioni militari fossero intese ai danni dei tigrini come comunità invece che contro quella che è stata definita “la cricca” del TPLF.

    Al momento le forze armate etiopiche sarebbero impegnate, secondo i media internazionali, in una caccia all’uomo nei confronti dei vertici del TPLF, su cui pende un mandato di cattura per tradimento.

    A parziale conferma che vi siano ancora sviluppi sul terreno, questa mattina in un messaggio inviato alla stampa internazionale il leader del TPLF Debretsion Gebremichael ha detto di essere impegnato in combattimenti non molto lontano da Mekelle.

    Le stesse fonti riferiscono di un aereo militare abbattuto dalle milizie tigrine e del pilota catturato, così come di soldati eritrei presenti sul campo di battaglia.

    Tutte informazioni di una parte su cui è impossibile ottenere conferme indipendenti di sorta e a cui il governo etiope non sembra avere  alcuna intenzione di dare peso.

    Quello che è certo è che su quanto accaduto nel Tigray in queste settimane non sono disponibili immagini di sorta, né di una parte né dell’altra.

    Resta da capire quale saranno i prossimi passi del TPLF, se si arroccherà in una guerriglia fatta di atti di terrorismo e razzi lanciati su altre regioni del paese o sulla vicina Eritrea o se invece si scioglierà lentamente.

    Elemento cruciale da comprendere sarà il sostegno o meno della popolazione tigrina. Se come dice Addis Abeba la popolazione locale non ha alcuna intenzione di sostenere i vertici del TPLF, la “resistenza” dell’ex-partito di governo si andrà spegnendo col passare dei mesi.

    A meno di ingenti sostegni (in soldi, armi e uomini) da parte di forze esterne all’Etiopia.