Africa

RomAfrica Film Festival (3): con i documentari una finestra sul continente

Venerdì 15 alle ore 18:30, dopo i documentari sulla musica angolana, sarà la volta del documentario ‘Redemption Song’, della regista Cristina Mantis, che introdurrà la proiezione, vincitore del Premio Rai Cinema al Festival Visioni del Mondo. Si tratta di un lavoro sulle migrazioni assolutamente originale, che non parla solo dell’andata, ma anche del ritorno, e del viaggio e della scoperta come desideri primari. Chiuderà la proiezione incrociandosi con i titoli di coda la performance del musicista Ismaila Mbaye, uno dei più grandi percussionisti in Italia, nato in Senegal, all’Ile de Gorée (l’Isola degli Schiavi, che si vede nel documentario, situata di fronte a Dakar). Seguirà alle ore 20:00, in collaborazione con il Luxor African Film Festival (Laff), partner della manifestazione, la proiezione del film del Rwanda ‘Imbabazi’, sul genocidio ruandese del 1994 e sulla difficile strada del perdono. Opera del regista Joel Karekezi, il film sarà introdotto dalla direttrice del Luxor African Film Festival Azza Elhosseiny.

Il sabato pomeriggio, ultima giornata della rassegna, viene proposto, accanto alla programmazione in sala Deluxe, anche un secondo percorso in sala Kodak.

Alle ore 15:00, in sala Deluxe, la regista Guia Zapponi presenterà il suo lavoro ‘Journey To Mauritania’, documentario sui cambiamenti climatici e i rapporti tra l’uomo e la natura, ma anche un racconto di viaggio nel grande Paese subsahariano. A seguire, nella stessa sala, verranno proiettati due film in collaborazione con il Fespaco: alle ore 16:30, ‘L’oeil du cyclone’, del regista del Burkina Faso Sékou Traoré, che racconta la vicenda di Emma, avvocatessa di successo, incaricata della difesa di un ex bambino soldato ormai diventato adulto macchiatosi di crimini orribili; poi, alle ore 19:00, il film della Costa d’Avorio ‘Et si Dieu n’existait pas?’, di Alain Guikou, pellicola sulla storia di un killer di professione partito alla ricerca dei genitori biologici, dopo la morte dei genitori adottivi, con l’aiuto di una suora che avrà un ruolo importante nella sua vita futura.

La programmazione in sala Kodak inizierà invece alle ore 15:30 con il documentario ‘Frammenti di libertà’ di Alessandro Marinelli e Simona Messina, che introdurranno il loro lavoro, centrato sulle vicende legate a una squadra di calcio, l’Atletico Diritti, formata da immigrati, studenti ed ex detenuti. A seguire verrà presentato il corto ‘Macchi muore due volte’ del regista Raymond Berou. Alle 17:15 è prevista la proiezione dei lavori costituenti la sezione ‘Progetto G2-La seconda generazione’, 5 videoclip e 3 corti a cura di Black Italians, un gruppo di ragazzi e ragazze di diversa origine e occupazione che cooperano per rendere più attivo il ruolo della comunità africana nel nostro Paese. Il progetto nasce per dare visibilità alle seconde generazioni di origine africana e mostrare il frutto della diaspora africana nella sua diversità, una realtà ancora poco condivisa e poco conosciuta. Infine, sempre sabato 16 alle 19:30, in sala Kodak, verranno proposti tre documentari: ‘Sudan Faces’, il risultato di un seminario teorico/pratico per12 sudanesi aspiranti registi coordinati dal regista Francesco Cinquemani, che ne curerà l’introduzione; ‘A piedi nudi’, di Christian Carmosino, sulla rivoluzione d’ottobre in Burkina Faso e la successiva transizione; ‘Devil Comes To Koko’ del regista nigeriano Alfie Nze, che racconta due storie apparentemente scollegate tra loro, cioè la sanguinosa invasione inglese di Benin City del 1897 e lo scandalo dei rifiuti tossici a Koko nel 1987.

© Riproduzione riservata

Ultimi articoli della sezione Africa

  • Africa Free

    Roma, I° Summit nazionale delle diaspore: “Il giorno...

    AFRICA/ITALIA - “Insieme” e “Fiducia” sono le parole d’ordine del primo Summit nazionale delle diaspore organizzato oggi a Roma dalla Cooperazione italiana allo Sviluppo, e che vede presenti e protagonisti circa 200 rappresentanti delle associazioni e organizzazioni straniere in Italia.

    Questo primo vertice è frutto del lavoro del gruppo di lavoro 4 “Migrazione e sviluppo” del Consiglio nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo, con l’intento di portare a compimento quanto previsto dalla legge 125/14, che riconosce un ruolo di primo piano alla diaspora nei processi di cooperazione allo sviluppo.

    “Spero che sia il giorno 1 di una nuova storia” ha detto il vice ministro degli Affari Esteri con delega alla Cooperazione internazionale, Mario Giro, in un vibrante intervento. “Celebro la nascita di un soggetto in grado di opporsi agli imprenditori della paura, in grado di aiutarci a costruire la convivenza, con una parola d'ordine: ‘fiducia’ (…) Un soggetto in cui la voce degli stranieri si mescola a quella degli italiani. Perché non è possibile che il messaggio che arriva agli italiani quando si parla di stranieri sia sempre un messaggio negativo” ha insistito Mario Giro.

    Nell’apertura del Summit di oggi, i tanti talenti e capacità delle diaspore sono stati messi in evidenza da Cleophas Adrien Dioma, il coordinatore del gruppo di lavoro 4, che ha sottolineato la “necessità di accompagnare” tutte queste realtà.

    Realtà economicamente importanti per l’Italia, un aspetto evidenziato da Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie: nel nostro Paese, gli stranieri contribuiscono al 9% del Pil, producono 130 miliardi di ricchezza, versano 11,5 miliardi di contributi previdenziali e oltre 7 miliardi di tasse, e si contano oltre 571.000 imprese ‘immigrate’. “Si tratta di un contributo importante, è pertanto importante strutturare questa realtà. E’ anche uno degli obiettivi di questo Summit” ha sottolineato Vignali.

    A concludere la mattinata del vertice è la presentazione delle “raccomandazioni” delle diaspore per il proprio coinvolgimento nella Cooperazione italiana. Tra queste, la promozione dei bandi specifici dedicati a iniziative di migrazione e sviluppo gestiti dalle diaspore; un maggiore accesso alle informazione sui bandi e la semplificazione del linguaggio, la promozione di partenariati con altri attori della cooperazione su un piano paritario; un supporto al processo di rafforzamento delle associazione e la loro messa in rete in un sistema federativo di rappresentanza istituzionale, per un dialogo strutturato e permanente con la Cooperazione italiana; valorizzare le diaspore per lo sviluppo di nuove competenze (ICT) e in attività di trasferimento di know-how alle popolazioni locali, appoggiando la formazione professionale in loco;creare occupazione per i giovani attraverso l'attivazione di imprese sociali; formare diaspore all'azione politica; sostenere programmi di ritorno volontario.

    Il vertice di oggi, a detta degli organizzatori, ha superato le aspettative e costituisce un punto di partenza verso un nuovo percorso della Cooperazione italiana. [CC]
  • Africa Free

    Guardare con altri occhi, progettualità e smart cities...

    AFRICA - Un aspetto di fondamentale importanza, frutto delle dinamiche innescate dalle innovazioni tecnologiche, è la tendenza alla concentrazione di servizi e persone che si osserva in tutte le realtà urbane di rilievo e a favore di alcune realtà urbane rispetto ad altre. Quanto più si registra il desiderio di connettività attraverso dispositivi, tanto più si osserva una tangibile necessità di concentrazione di persone nei luoghi centrali delle città, riscoprendo il valore del capitale umano e della sua capacità di generare circoli virtuosi in luoghi e spazi ritrovati. Allo stesso tempo le sterminate periferie, la parte più estesa e meno identitaria delle città, sono i luoghi dove l’innovazione sempre più avrà un impatto dirompente, così come le regioni fino a ieri periferiche e oggi strategiche del mondo già rappresentano i centri propulsori di una nuova consapevolezza.

    Sino al cambio del millennio l’Africa ha assorbito la modernizzazione in maniera del tutto peculiare, per imposizione o ibridazione di modelli occidentali, con l’imperialismo e il colonialismo prima, la decolonizzazione in seguito e una nuova colonizzazione dall’Oriente nei giorni nostri. Dopo che il risveglio del ‘gigante addormentato’ ha alimentato l’attenzione mondiale verso l’African renaissance, oggi c’è chi sostiene che il continente ha perso la propria spinta propulsiva. Vero è che, mentre si scuotono coscienze ed equilibri e mentre si accende o si spegne l’attenzione in base all’interesse verso le ingenti risorse o i fenomeni che impattano sugli altri continenti, il cambio di prospettiva alimenta il rinnovamento che attraversa l’Africa in ogni direzione e oltre i suoi confini, trasformando l’African diaspora in fenomeni di colonizzazione culturale in senso inverso. Tramutando in opportunità la carenza di ingombranti sovrastrutture legate ai modelli novecenteschi, e risorgendo nel suo spazio geografico, l’Africa può dirigersi a grandi passi lungo il cammino dell’innovazione, passando direttamente da un’economia di sfruttamento a una della condivisione e della conoscenza, e schivando le conflittualità, i fardelli e gli ultimi sussulti della modernità che fanno implodere Occidente e Oriente.

    Se l’Africa non è un’entità unitaria - anche se inevitabilmente vi tende - ma un insieme di Paesi appartenenti a regioni e civiltà estremamente differenti, è altrettanto vero che complessivamente e con crescente evidenza le sue città rappresenteranno il banco di prova di questioni planetarie, quanto mai ribollenti in questo continente in movimento e che qui assumono un ordine di grandezza e priorità epocali. L’Africa è un luogo fisico ma anche una condizione del pensiero. Qui le cose, parafrasando Peter Smithson, devono essere ordinarie ed eroiche allo stesso tempo. La dimensione dei fenomeni è talmente grande che il cambio di scala, al pari dei big data nel mondo digitale, costituisce una differenza concettuale valida a livello globale.

    Se osserviamo più in generale la situazione globale, la crisi degli Stati nazionali vede emergere due nuove esigenze e risposte. Mentre da un lato sorge la necessità di entità sovranazionali e continentali, dall’altro prendono sempre più forza le nuove città-stato attrattive e competitive a livello internazionale e organizzate a rete. Il vorticoso sviluppo delle città a seguito dell’inurbamento in crescita esponenziale è il fenomeno più rilevante dell’Africa, insieme al dato statistico della bassa età media di un continente a crescente prevalenza di nativi digitali, mentre la rivolta degli studenti nelle università è uno dei segnali che dovrebbe rammentarci qualcosa.

    Oggi vince la capacità di interpretare il cambiamento e prevale la ricerca e la costruzione di nuovi strumenti piuttosto che la progettualità pura. In tale contesto il poter costruire significa iniziare dal costruire le condizioni per farlo. Le nuove generazioni già lavorano in questo modo, di fronte alla constatazione di una profonda inadeguatezza dei modelli esistenti e della necessità di crearne empiricamente altri più consoni.

    La sfida è evidentemente nei campi dove la disintermediazione rende fertile il terreno per la creazione di nuovi modelli nei settori più propensi all’innovazione. Se da tempo si auspica un rinnovamento del sistema legato alla formazione e alla cultura del progetto, le città africane sono i luoghi dove può trovare una via innovativa e un’effettiva possibilità di azione e cambiamento a partire da una nuova consapevolezza. [Questo articolo è tratto dal numero 9/2017 di Africa e Affari, mensile curato dalla redazione di InfoAfrica. L’articolo è firmato da Andrea Zamboni, del Centro Studi Domus]
  • Africa Free

    Guardare con altri occhi, progettualità e smart cities

    AFRICA - Il pieno compimento della rivoluzione digitale ha costruito uno spazio immateriale di infinita orizzontalità. Come un sottile velo, ora questo nuovo layer si posa, ultimo in ordine di tempo, sulle stratificazioni che nei secoli hanno conformato le nostre città, sulla loro struttura fisica e sociale, innestandosi sul manufatto più complesso, evoluto e antico creato dall’uomo. È il continuo avanzamento tecnologico che guida e trascina in un vortice inarrestabile tutti i fattori propedeutici all’innovarsi delle forme, ed è naturale che tutto questo stia assumendo un suo spazio nella città e in relazione a tutti gli altri manufatti creati dall’uomo.

    Due esempi ci aiutano a inquadrare più precisamente il tema. Quando l’uomo ha voluto correre più velocemente non ha inventato protesi per le sue gambe, ha piuttosto inventato la bicicletta. E quando è stato inventato il motore a scoppio, la prima automobile aveva l’aspetto di una carrozza senza la parte anteriore per i cavalli. In altri termini, spostando il punto di vista, si favorisce e si genera l’innovazione, che in primo tempo assume forme analogicamente derivate e solo poi trova una sua forma propria. Se oggi la rivoluzione digitale si è pienamente compiuta, rispetto all’evoluzione della città siamo ancora nella fase della carrozza senza i cavalli.

    I nostri occhi si sono già dischiusi al nuovo e i continui cambi di prospettiva rincorrono in un circolo virtuoso le innovazioni, ben oltre la nostra capacità di dare forma al presente, introducendo quello sfasamento tra immaginazione e realtà caratteristico delle fasi di transizione. L’occasione porta dentro di sé il nocciolo della rivoluzione più profonda, quella che inesorabilmente sta avvenendo dentro ciascuno di noi, mostrandoci il nuovo volto di antiche problematiche e il volto antico di nuovi problemi e opportunità. Le categorie di pensiero si sfilacciano e si riallacciano in modi differenti e tutto quanto ci appariva vecchio ora improvvisamente ci appare nuovo e carico di inevitabili trasformazioni.

    I sistemi ‘intelligenti’, in un’epoca in cui l’utopia dell’ubiquità si fa apparentemente reale grazie agli strumenti digitali, sono il minimo presupposto per poter vivere e abitare le nostre città, ma anche un modo per riportarci, oltre l’orizzonte etico, ad avere un ruolo effettivo. [SEGUE]
  • Africa Free

    Dalla Cattolica di Milano master a favore delle imprese...

    Quali sono state le criticità che avete dovuto affrontare? All’inizio in Kenya avevamo trasportato, adattandolo, il progetto italiano, che era full time. La scelta iniziale è stata quella di dire “non vogliamo rivolgerci ai tradizionali studenti MBA, che sono job seekers, ma vogliamo formare job creators”. A questo punto ci siamo resi conto che un programma full time non poteva essere adeguato per imprenditori che, anche se disponevano di buone borse di studio, avevano bisogno di rimanere sempre collegati con il proprio business. Abbiamo quindi lavorato con l’università africana per proporre una formula executive; in base a questa formula sono previsti solo 37 giorni all’anno di presenza alle lezioni mentre per il resto sono state elaborate lezioni online e molte attività di coaching, abbiamo cioè una persona di mestiere che segue e affianca gli imprenditori e li aiuta a sviluppare le loro idee. Da questo punto di vista si tratta di un progetto molto innovativo. La formazione è affidata sia a personale locale che internazionale? Sì, ci sono nostri docenti che si recano in Africa e sono molto motivati. È stata una bellissima occasione anche per sperimentare la dedizione e il valore di alcuni colleghi della Cattolica. Inoltre, tramite workshop gestiti in Africa da docenti della Cattolica, formiamo docenti delle università locali. Per esempio, il professore di marketing va in Kenya, lì arrivano i professori di marketing da vari Paesi e si accordano sui contenuti, le metodologie, i materiali già preparati, poi, al ritorno a casa, ognuno offre il prodotto in base al proprio contesto. Questo workshop viene rifatto l’anno seguente e questo vuol dire anche un graduale affinamento e la costruzione di piccole comunità di docenti della stessa materia in giro per l’Africa, che è un altro punto di vantaggio del master. In questi anni avete notato altre difficoltà, tipo relazionali, con le amministrazioni locali? Una può essere quella di avere l’accreditamento a livello locale, perché spesso ci sono dei ritardi burocratici. Ci sono dei Paesi in cui per motivi politici viene cambiato il responsabile dell’accreditamento e l’accreditamento si blocca per quasi un anno. In generale, comunque, l’accoglienza del progetto è molto buona da parte di tutte le istituzioni, quindi il progetto diventa facilmente al centro di un ecosistema imprenditoriale in cui è ben accettato. Poi forse c’è una difficoltà a livello operativo, cioè quella di una frequenza costante, della puntualità, anche nella consegna dei compiti. Talvolta si fa un po’ fatica ad adottare uno stile di grande serietà e a ottenere il livello di adesione richiesto. Ci sono differenze tra Paesi francofoni e Paesi anglofoni? È un dato di fatto che i Paesi anglofoni hanno un orientamento all’imprenditorialità maggiore di quelli francofoni. È pur vero che il contesto francofono è un po’ meno orientato al risk taking dei contesti anglosassoni. Le borse di studio vengono date a tutti gli studenti o solo ad alcuni? Lo studente è pagante e paga secondo un livello accessibile per il Paese, ma ci sono alcune borse di studio offerte dalle imprese italiane oppure offerte da imprese locali. Noi all’inizio di ciascun programma abbiamo una Business Plan Competition e i migliori due progetti vincono delle borse di studio. In base all’esperienza che avete maturato, che idea vi siete fatti del contesto universitario in Africa? È un contesto dinamico, che ha voglia di crescere? In realtà è un contesto che ha ancora degli approcci abbastanza tradizionali, in cui c’è un grande bisogno di passare dalla semplice didattica alla ricerca. Per esempio, abbiamo incontrato una grande richiesta di PhD e di mettersi nell’ottica della ricerca scientifica (parlo a livello di management). Quindi, buona volontà, ma queste sono sfide che interesseranno il futuro delle università. Quali progetti avete in programma con E4Impact? Da una parte, vogliamo arrivare a essere presenti in 15 Paesi, un obiettivo a cui teniamo molto, dall’altra, abbiamo già maturato una certa esperienza e vogliamo proseguire con la creazione di incubatori attorno ai nostri master, rimanendo a disposizione delle imprese italiane, dal momento che il master determina un forte radicamento a livello nazionale e quindi pensiamo di avere una serie di competenze, di skill, una rete di relazioni da poter mettere a servizio delle imprese italiane.
  • Africa Free

    Dalla Cattolica di Milano master a favore delle imprese...

    AFRICA - Portare l’alta formazione in Africa, creando sinergie e collaborazioni con università africane e puntando su uno dei punti forti del continente: una spinta all’imprenditorialità che, per necessità o per scelta, non ha eguali al mondo. Questo il percorso avviato ormai diversi anni fa in seno all’Università Cattolica di Milano e che ha trovato nel professor Mario Molteni un motore instancabile e nella E4Impact Foundation uno strumento per offrire master ad alto impatto sociale a imprenditori africani. Professor Molteni, parliamo di E4Impact, che cos’è e qual è l’esperienza che state portando avanti a livello di formazione? E4Impact è una fondazione nata come spin-off di un’attività creata nel 2005 in Italia e poi avviata in Africa nel 2010, in Kenya in particolare, che è stato il Paese pilota. La fondazione è animata, oltre che dalla Cattolica, da un gruppo di primarie imprese italiane che hanno creduto nell’iniziativa. Tre sono gli obiettivi principali: sviluppare l’imprenditoria locale ponendo una forte attenzione all’aspetto sociale/ambientale; collaborare con le università locali anche per favorire un innalzamento delle capacità di formazione, con riferimento soprattutto al segmento degli imprenditori, attualmente piuttosto trascurato; fare da ponte per le imprese italiane tra Italia e Africa. Come si è sviluppato questo progetto? Nel 2005 ci fu chiesto di fare un programma in Italia per gli studenti africani, ma poi ci siamo resi conto di due problemi: da una parte, gli alti costi unitari per uno studente africano, in un periodo in cui le borse di studio erano più difficili da ottenere a seguito della crisi economica (parlo degli anni dal 2008 in poi), e dall’altra parte, la tendenza di molti studenti a rimanere in Italia perché avevano un buon profilo, avevano imparato la lingua, avevano una formazione di valore, per cui trovavano lavoro in Italia. Di conseguenza lo scopo per cui il master era nato, cioè formare i nuovi leader africani, non veniva percepito. Per questo la nostra scelta è stata quella di portare noi un progetto di alta qualità a prezzi accessibili in Africa collaborando con le università locali. Attualmente con quante e con quali università collaborate in Africa? Stiamo collaborando con università di Kenya, Ghana, Sierra Leone, Uganda, Costa d’Avorio, Tanzania, Senegal ed Etiopia, poi abbiamo in cantiere l’attivazione dello stesso programma per altri Paesi, come Angola, Camerun, Zimbabwe, Burkina Faso, Tanzania. A questi dovrebbe aggiungersi il Rwanda, manca solo l’approvazione definitiva del programma da parte delle autorità centrali. L’obiettivo è arrivare almeno a 15 Paesi. Qual è l’identikit dello studente che segue i vostri master? Ci sono due profili tipo: uno è una persona che ha un’idea imprenditoriale e che vuole farla diventare impresa; il secondo è un imprenditore che è già sul campo da due/tre anni e che vuole fare un salto di qualità con la propria impresa. Noi infatti non accettiamo studenti che non abbiano un progetto di business, perché lavoriamo su un progetto, tutto il master cioè è improntato all’azione, non è pensato per chi vuole studiare e basta. Ci sono alcuni progetti di business che riuscite a collegare ad aziende italiane? Assolutamente sì, ci sono due modalità di collaborazione: nella prima, chiamata First Step Africa, l’azienda identifica il profilo di una persona che gli interesserebbe nel Paese africano e noi cerchiamo una rosa di candidati, l’azienda poi sceglie il candidato, paga la borsa di studio e il candidato frequenta il master, avendo come obiettivo lo sviluppo del business plan per l’azienda italiana. La seconda formula interessa invece la fine del master, quando ormai ci siamo resi conto del valore delle persone; in questo caso cerchiamo la possibilità di fare una partnership tra un imprenditore locale e le imprese italiane che possono essere interessate. Il master e la parte formativa si svolgono in Africa? Tutto si svolge in Africa, nel Paese destinatario, perché questa è la condizione per avere dei costi accessibili. È evidente che le imprese italiane sono libere di coinvolgere o di impiegare la persona partecipante per alcune settimane, o per alcuni mesi, in Italia o in altri luoghi, dove possono vivere delle esperienze significative. Ci sono delle statistiche, avete raccolto dei dati per poter fare delle valutazioni? Fino a questo momento abbiamo formato 544 imprenditori, quindi i numeri cominciano a diventare importanti: quelli che avevano già un’attività ne hanno tratto benefici; circa il 40% di quelli che avevano un’idea iniziale, sono partiti con l’impresa; sono stati generati numerosi posti di lavoro sia direttamente sia attraverso l’indotto. L’impatto è molto significativo. [SEGUE]
  • Africa Free

    Città sempre più smart, soluzioni a vecchie e nuove...

    AFRICA - L’esempio della telefonia non è casuale: è proprio al salto che si è registrato nel mondo delle comunicazioni con l’avvento della telefonia cellulare (che ha immediatamente portato l’Africa al pari di altre zone del mondo, recuperando in pochissimi anni un ritardo ultradecennale rispetto al resto del pianeta) che ci si ispira quando si immaginano le possibilità che le nuove tecnologie potrebbero fornire nel dare risposte alle sfide urbane.

    Ma le nuove tecnologie forniscono all’Africa soluzioni anche concettuali molto importanti nel guidare il rapido processo di urbanizzazione in corso. Con la crescita urbana del continente che avverrà principalmente nelle cosiddette città intermedie, la tecnologia consentirà di valorizzare al massimo questo processo favorendo una decentralizzazione di attività amministrative e produttive che, grazie alle reti di comunicazione, renderà i centri secondari non più periferici e in grado di generare lavoro, reddito e sviluppo tanto quanto le grandi città. Una tendenza resa possibile da un lato dalle comunicazioni, dall’altro anche dal progresso in corso nel settore della produzione di energia da fonti rinnovabili e dalla possibilità di realizzare impianti off-grid o a isola stabili e capaci di fornire la corrente a quelli che fino a qualche anno fa erano considerati centri periferici o rurali.

    Le reti infrastrutturali energetiche storiche del continente sono di stampo coloniale e riforniscono principalmente le capitali. Le enormi distanze africane e gli alti costi di realizzazione connessi hanno rallentato la distribuzione dell’energia fuori dalle principali aree urbane di epoca coloniale (spesso sulla costa). Questo spingeva qualsiasi attività produttiva di rilievo necessariamente a posizionarsi nelle principali zone urbane.

    La possibilità di alimentare energeticamente e connettere anche i centri urbani periferici, apre per queste nuove città spazi completamente nuovi di sviluppo. Alleggerendo al tempo stesso la pressione sui grandi centri urbani, con il corollario di slum e di economia informale dove confluiscono inevitabilmente i nuovi cittadini provenienti da altre zone del Paese.

    Per sintetizzare, se cittadine nel mezzo del nulla possono diventare culla di interi settori industriali o di aziende negli Stati Uniti, perché non potrebbero diventarlo anche in Africa? E se, come dicevamo all’inizio, l’espressione ‘smart city’ indica un viaggio, un percorso per individuare soluzioni intelligenti alle sfide urbane del continente africano, i governi africani devono sforzarsi di immaginarne le tappe. Tappe che sono pratiche, come il rafforzamento delle reti di comunicazioni e l’aumento di produzione e diffusione di energia, e politiche. Appare fondamentale, infatti, che gli amministratori africani mantengano il timone nel viaggio delle smart cities africane, non lasciandolo in mano esclusiva a grandi gruppi tecnologici e informatici internazionali: questi hanno già costituito laboratori di innovazione in varie città africane ma rispondono a logiche aziendali e non politiche. Per tentare di mettere in luce alcuni dei tanti aspetti che il concetto di smart city in Africa porta con sé, questo numero ospiterà pareri raccolti in giro per il mondo a volte contrastanti. Nella speranza di stimolare anche in Italia una riflessione sul tema.