Africa

Namibia e Tunisia nella lista nera dei paradisi fiscali, secondo Ecofin

AFRICA – Ci sono anche Namibia e Tunisia tra i 17 Paesi terzi inseriti nella prima lista nera dei paradisi fiscali approvata dal Consiglio dei ministri dell’Economia e delle finanze degli Stati membri dell’Unione Europea (ECOFIN).

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    Africa, quo vadis? Chi sono e dove vanno i migranti d...

    AFRICA - Un’ultima considerazione utile a fornire un quadro sintetico della presenza di cittadini africani in Italia è rappresentata dalla loro situazione lavorativa e dal loro rapporto con il nostro sistema di welfare: quanti di loro lavorano? Quanti percepiscono una pensione e quanti, invece, una prestazione di sostegno al reddito (per esempio perché disoccupati o in situazione di vulnerabilità economica)? L’Inps, grazie al proprio osservatorio statistico, fornisce al riguardo un’interessante fotografia della situazione che possiamo ricostruire sui primi quattro Paesi africani per numerosità a livello nazionale nel 2016: Marocco, Egitto, Tunisia e Senegal. La grandissima parte dei cittadini in esame lavora mentre una minima parte ‘attinge’ al nostro sistema di welfare. Nell’interpretare tali informazioni bisogna ovviamente tenere in considerazione un’età media significativamente più bassa rispetto a quella della popolazione italiana. Abbiamo quindi delineato, sulla base degli ultimi dati disponibili, alcuni degli elementi principali che caratterizzano la presenza africana nel nostro Paese, in attesa che si definisca la complessa strategia europea di gestione dei flussi migratori secondo quanto deciso nell’ultimo Consiglio europeo di fine giugno (http://www.consilium.europa.eu/it/meetings/european-council/2018/06/28-29/ ), nella quale il rapporto con il continente africano assume un ruolo centrale, come si nota nei punti 7 e 8 delle conclusioni. [MdE]
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    AFRICA - Nel caso del nostro Paese è interessante notare come le motivazioni dei nuovi ingressi legali tra il 2007 e il 2014 abbiano subito profonde modificazioni, in particolare per quanto riguarda la motivazione lavorativa. Molto probabilmente, a causa della crisi economica, si è passati dai quasi 360 mila ingressi per lavoro del 2010 ai 57 mila del 2014, un trend in continuo calo, considerando che l’ultimo decreto flussi (il decreto con il quale il governo stabilisce ogni anno il numero dei cittadini extracomunitari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro) stima un fabbisogno in ingresso di circa 30 mila cittadini (Dpcm 15 dicembre 2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 12 del 16 gennaio 2018, ‘Programmazione transitoria dei flussi d’ingresso dei lavoratori non comunitari nel territorio dello Stato per l’anno 2018’), mentre erano circa 100 mila nel 2010 (http://www.stranieriinitalia.it/attualita/attualita/normativa/guida-al-decreto-flussi-2010.html). Al contrario, le motivazioni familiari hanno costantemente superato dal 2011 sia quelle lavorative che quelle legate a studio. I dati Istat richiamano quanto indicato in precedenza, focalizzando l’attenzione sui quattro Paesi africani tra i primi dieci nel 2016 per numero di richieste di ingresso e relativa motivazione: Nigeria, Marocco, Senegal, Egitto. Su un totale di quasi 227 mila permessi rilasciati (cifra in calo rispetto al 2015) i quattro Paesi africani indicati incidono per circa il 24%. Tale quota risulta essere in linea con il dato generale relativo al ‘peso’ degli stranieri residenti in Italia provenienti dal continente africano: circa il 20%. Infatti, nella difficile ricostruzione dei numeri a disposizione di cui è titolare in veste ufficiale l’Istat, per quanto riguarda il nostro Paese (http://www4.istat.it/it/archivio/204296 ), la situazione nel 2016 era la seguente: degli oltre 5 milioni di stranieri residenti in Italia, il 30,5 % provenivano dall’Unione Europea e il 21% dall’Europa centro-orientale (tra cui Albania, Ucraina, Moldavia e Macedonia con le quote maggiori di presenza); il 20,2% dall’Asia (con Cina e India in testa); il 20,7% dal continente africano per un totale di oltre 1 milione di persone. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio e cerchiamo di capire da dove provengono i cittadini africani regolarmente residenti in Italia al primo gennaio 2017 e come si distribuiscono nel nostro Paese. In base al grafico sottostante appare evidente che l’Africa settentrionale è la regione dalla quale proviene il più alto numero di migranti e infatti Marocco, Egitto e Tunisia sono i Paesi maggiormente coinvolti in questo flusso.   Per quanto riguarda invece la distribuzione dei migranti nelle diverse regioni italiane, la Lombardia rappresenta in quasi tutti i casi la regione nella quale si concentra il maggior numero di migranti, provenienti anche da diversi Paesi africani, seguita da Emilia Romagna e Lazio. [SEGUE]
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    AFRICA - Se questi sono i possibili scenari futuri relativi ai flussi migratori di una parte soltanto del continente africano, risulta chiaro come la questione sia assolutamente centrale a livello economico e sociale, adottando non tanto la prospettiva emergenziale di cui è ricca la stampa di questi mesi (anni) quanto un approccio che veda tutto ciò come risorsa e opportunità (ovviamente da gestire). Il giovane storico olandese Rutger Bregman nel suo ormai celebre saggio intitolato ‘Utopia per realisti’ punta molto l’attenzione sulla dimostrata convenienza economica dei confini aperti rispetto a quelli chiusi, sfatando in maniera efficace i molti luoghi comuni che sempre più spesso circondano gli emigranti (troppo pigri, compromettono la coesione sociale, ci portano via il lavoro) così come sfata la non dimostrata efficacia dei tanti soldi spesi in aiuti per lo sviluppo ogni anno. Ma chi sono i migranti? Quanti abitano il nostro Paese e quanti di essi provengono dal continente africano? E infine, cosa sono venuti a fare e cosa faranno? Per rispondere alla prima domanda ci facciamo aiutare da Maurizio Ambrosini, il quale nel suo recente saggio intitolato ‘Migrazioni’ (ed. Egea, 2017) sviluppa un ragionamento sulla nozione/definizione di immigrato partendo da quella comunemente utilizzata dalle Nazioni Unite: si definisce ‘immigrata’ una persona che si è spostata in un Paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel Paese da più di un anno. Rispetto a tale definizione e ad altre utilizzate a seconda dei differenti Paesi, il saggio mette in evidenza che oggi “il termine generale immigrati è sempre meno adeguato per cogliere le varie articolazioni delle popolazioni che si spostano attraverso i confini e si insediano in maniera relativamente stabile in altri paesi”. Ci troviamo infatti di fronte a una serie di percorsi di vita che individuano motivazioni e obiettivi diversi di tali spostamenti ma che non sempre la comunità ospitante riesce a percepire chiaramente e correttamente: accanto alla categoria dei migranti economici (gli immigrati per lavoro) abbiamo i migranti qualificati e gli studenti, i pensionati, coloro che si spostano per ricongiungimento familiare e matrimonio, i richiedenti asilo e i rifugiati e infine, gli immigrati di ritorno. Una platea ampia e complessa da identificare e da analizzare che in alcuni casi tende a sovrapporsi. [SEGUE]
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    AFRICA - Si potrebbe iniziare ad affrontare il delicato tema dei flussi migratori dall’Africa verso le nostre coste partendo da una domanda molto efficace dal punto di vista comunicativo che si pone l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) nel suo interessante fact checking migrazioni 2018: ‘Le pressioni migratorie dall’Africa diminuiranno nel lungo periodo?’ (https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fact-checking-migrazioni-2018-20415). La risposta a tale domanda, negativa, è densa di implicazioni per l’Europa e per il nostro Paese. L’analisi dell’Istituto si focalizza sugli sviluppi demografici dell’Africa subsahariana mettendo in evidenza il raddoppio della popolazione dal 1990 a oggi (da circa 500 milioni di abitanti a un miliardo), dinamica che si dovrebbe replicare con un ulteriore raddoppio entro il 2050, come previsto dalle Nazioni Unite (2,2 miliardi). Considerando gli attuali flussi migratori e la propensione a scegliere l’Europa come meta di destinazione da parte degli abitanti della regione africana, “circa 7,5 milioni arriverebbero in Europa entro il 2050: si tratta di circa 220.000 persone all’anno, equivalenti all’1,5% della popolazione dell’Ue e al 12% della popolazione italiana”, si legge nel rapporto. Al fine di comprendere al meglio tali dinamiche è opportuno tenere in considerazione un aspetto che più di altri spiega il tumultuoso sviluppo demografico dell’intero continente africano e che Paolo Sannella (presidente del Centro relazioni con l’Africa della Società geografica italiana) racconta così nel suo recente contributo al convegno ‘Strategie per un mondo nuovo’ tenutosi lo scorso anno a Como: “è importante sottolineare che questa crescita demografica non è il risultato di un aumento dei tassi di natalità - cioè del fatto che le donne africane facciano oggi più figli di ieri - perché al contrario i tassi di natalità si riducono di anno in anno soprattutto in quella popolazione urbana che cresce di dimensioni. La crescita demografica […] è la conseguenza della riduzione sempre più significativa dei tassi di mortalità, soprattutto quella infantile”. [SEGUE]
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    IABW 2018 (3): conoscenza reciproca come base per...

    “E’ da tempo che le nostre imprese, medie piccole e anche artigiane guardano con occhi diversi il continente africano”: con queste parole Roberta Datteri, vice-presidente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (CNA), è intervenuta alla conferenza di apertura della seconda edizione di Italia Africa Business Week-IABW, in corso a Roma. Evidenziando come spesso le imprese italiane abbiano una scarsa conoscenza delle realtà africane e sottolineando la necessità di un’informazione di qualità, la vice-presidente nazionale di CNA ha detto che “la grande eterogeneità dei Paesi africani offre un’altrettanta eterogeneità di opportunità che anche le nostre imprese più piccole si apprestano a cogliere: spesso, come succede nel nostro mondo,  in maniera del tutto empirica, mettendo a frutto piccole connessione e opportunità per sviluppare poi piccoli modelli di business”. “Sarebbe opportuno sviluppare strategie e modelli di sviluppo su base per cosi dire scientifica che consentano alle imprese di potersi muovere in scenari poco conosciuti - ha proseguito Roberta Datteri - Sappiamo poco di Paesi con maggiore stabilità politica ed economica e con prospettive interessanti. L’attenzione è attratta  dalle economie dominanti ( sudafricana e nigeriana) e ignoriamo completamente il fatto che esistano mercati più piccoli e stabili  che rappresentano interessanti condizioni favorevoli per le nostre imprese, senza contare che persistono ancora stereotipi che riducono apparentemente, ma di fatto,  il ventaglio delle opportunità”. IABW è organizzato dall'Associazione Le Réseau con la collaborazione di Confindustria Assafrica&Mediterraneo, della rivista Africa&Affari e con il patrocinio dell'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, Unioncamere, Enea, Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Il forum, che si svolge nello Spazio Eventi Tirso a Roma, si conclude oggi dopo una giornata di conferenze di alto livello, tavole rotonde e B2B.
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    IABW 2018 (2): Africa opportunità per imprese italiane...

    “L’Africa rappresenta una grande opportunità per le nostre imprese”: così Carlo Robiglio, presidente di Piccola Industria e vicepresidente di Confindustria, ha detto intervenendo alla conferenza di apertura della seconda edizione di Italia Africa Business Week-IABW, in corso a Roma. Ricordando che il sistema imprenditoriale italiano è composto quasi interamente da piccole e medie aziende, Robiglio ha sottolineato come nonostante la loro dimensione le PMI italiane esprimono competenze tecniche uniche: “per le loro caratteristiche innate, esse possono sicuramente diventare non solo un modello di esportazione, ma un modello intorno al quale costruire impresa nel continente africano”. “Oggi ancora più di ieri sappiamo che grazie alla trasformazione digitale abbiamo una grande opportunità per potenziare le forze delle piccole e medie imprese italiane e africane e vincere le loro debolezze - ha proseguito il presidente di Piccola Industria - I mercati richiedono sempre più prodotti su misura, velocità di realizzazione, flessibilità mentre parallelamente la digitalizzazione riduce il divario tra i consumatori e potenzialmente consente di raggiungere tutti i mercati abbattendo in questo modo tante barriere che ancora esistono: tanto per le imprese italiane quanto per quelle africane la rivoluzione digitale può essere un fattore di sviluppo e uno strumento di collaborazione”. “Sono convinto che un nuovo oggi non possa venire da nessun altro posto che dalle nostre imprese, italiane e africane - ha concluso Robiglio - Ne sono convinto perché nel mondo non esiste territorio che possa prosperare se non c’è un tessuto imprenditoriale capace di creare ricchezza e ridistribuirla nella comunità”.