Africa

Thales Alenia Space scelta per uno studio per l’Agenzia africana per la navigazione aerea

AFRICA – L’agenzia per la sicurezza della navigazione aerea in Africa e Magagascar (Asecna) ha affidato a Thales Alenia Space, la joint venture tra il gruppo francese Thales e l’italiana Leonardo, la realizzazione di uno studio preliminare (fase B) per il suo programma di sviluppo di un sistema satellitare di incremento della precisione – Satellite – Based Augumentation System (SBAS).

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  • Africa Free

    Migranti, la pandemia ha aggravato le disuguaglianze

    È il covid il convitato di pietra determinante nell’influire sul valore dell’immensa mole di dati offerta dal “Dossier statistico immigrazione 2020” curato e presentato mercoledì 28 ottobre dal Centro studi e ricerche Idos.

    Il Dossier è stato realizzato in partenariato con il Centro studi Confronti, appoggiato da strutture internazionali e nazionali nonché dai fondi “8 per mille” dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi. Il Dossier celebra quest’anno la sua 30° edizione e lo fa in un momento particolarmente delicato per lo scoppio della pandemia che con il suo progressivo diffondersi sta condizionando in maniera sempre più significativa la vita degli stranieri in Italia.

    Nonostante i dati principali di riferimento siano ovviamente risalenti al 2019, ben dieci dei 74 capitoli di cui si compone lo studio sono scritti con particolare attenzione al nuovo fenomeno della pandemia.

    Introdotta da Marco Fornerone, pastore della Chiesa valdese di Roma, la presentazione in videoconferenza streaming del Dossier è stata affidata a Luca Di Sciullo, presidente Idos, affiancato negli interventi di commento da Nandy Porsia, Marco Omizzolo, Igiaba Scego e Giampiero Palmieri sotto il coordinamento di Claudio Paravati e Ginevra Demaio.

    Le schede base del Dossier 2020 raccontano che a fronte di un lievissimo aumento netto annuo di residenti stranieri, che a fine 2019 sono in totale 5.306.500 (appena 47.100 in più rispetto a inizio anno: +0,9%), l’8,8% di tutta la popolazione residente in Italia, i soli non comunitari regolarmente soggiornanti sono diminuiti di ben 101.600 unità (-2,7%), arrivando a poco più 3.615.000 (erano 3.717.000 l’anno precedente). Di riflesso è probabilmente aumentata la presenza di non comunitari irregolari, i quali, stimati in 562.000 a fine 2018 (Ismu) e calcolato che – anche per effetto del Decreto “sicurezza” varato in tale anno – sarebbero cresciuti di ben 120-140.000 unità nei due anni successivi (Ispi), a fine 2019 erano già stimati in oltre 600.000 e a fine 2020 avrebbero plausibilmente sfiorato o raggiunto i 700.000 se, nel frattempo, non fosse intervenuta la regolarizzazione della scorsa estate a farne emergere (almeno temporaneamente) circa 220.500, in stragrande maggioranza dal lavoro in nero domestico e solo in minima parte dal lavoro nero in agricoltura. Del resto, l’ulteriore crollo del numero di migranti forzati sbarcati nel paese (11.471: -50,9% rispetto ai 23.370 del 2018 e -90,4% rispetto ai 119.369 del 2017), non solo ha confermato la fine della cosiddetta “emergenza sbarchi”, ma ha contribuito a svuotare i centri di accoglienza, in cui i migranti sono scesi da circa 183.700 nel 2017 a poco più di 84.400 a fine giugno 2020: quasi 100.000 persone fuoriuscite in appena 2 anni e mezzo, moltissime delle quali si sono disperse sul territorio, andando a ingrossare le fila già assai nutrite degli irregolari.

    La perdurante mancanza, dal 2011, di una programmazione dei flussi in ingresso di lavoratori stranieri ne ha ulteriormente ridotto l’incidenza, non solo nello stock dei soggiornanti (25,7% dei permessi a termine, inclusi gli stagionali, contro il 53,6% dei motivi di famiglia), ma anche tra i 177.000 nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2019 (6,4% per lavoro, a fronte di ben il 56,9% per famiglia). L’enorme raccolta di dati e commenti su questi flussi e sulle presenze straniere in Italia è corredata da importanti capitoli sul livello di integrazione e pari diritti concessi, srotolati sempre con uno sguardo attento al contesto europeo ed internazionale, per scendere poi in analisi molto dettagliate anche a livello regionale, analisi che occupano una parte rilevante del volume.

    Per approfondire è possibile scaricare l’indice e acquistare una copia cartacea o singoli capitoli in forma digitale cliccando qui. [Africa Rivista]

  • Africa Free

    Focus logistica: corridoi multimodali per 'liberare' i...

    AFRICA - Sono lontani dai porti e quindi dalle vie commerciali principali, con distanze che a volte possono superare centinaia o migliaia di chilometri. Mancano di infrastrutture fondamentali come ferrovie e strade, le merci possono impiegare settimane o mesi prima di arrivare a destinazione, anche per i ritardi legati alle procedure doganali. Queste le condizioni di partenza dei sedici Paesi africani che non hanno sbocco al mare e che rientrano nella lista dei Landlocked Developing Countries (Lldc) stilata dalla Banca mondiale e che comprende in totale 32 nazioni.  I corridoi pensati a livello continentale mirano a sbloccare i potenziali di questi Paesi che spesso hanno poche alternative a disposizione. Singolare il caso dell’Etiopia, che con una popolazione di oltre cento milioni di abitanti è il secondo più popoloso Paese del continente dopo la Nigeria: una potenza demografica che ha visto la propria economia crescere con costanza negli ultimi venti anni ma che allo stesso tempo risente molto del mancato affaccio sul mare e quindi delle rotte commerciali. Queste sono state garantite finora da Gibuti e sono state beneficiate dal collegamento ferroviario di recente stabilito tra Addis Abeba e il porto di Gibuti. In futuro, nuove vie commerciali dovrebbero essere possibili attraverso l’Eritrea – i due Paesi hanno ritrovato la pace – e attraverso la Somalia: molto dipende dalla stabilità regionale in una zona, quella del Corno d’Africa, che deve ancora trovare un proprio stabile assetto. L’instabilità è anche il fattore caratterizzante di diversi Paesi della fascia saheliana, anch’essi senza sbocco al mare, come Ciad, Niger, Burkina Faso e Mali, e per questi Paesi le questioni di sicurezza si vanno a sommare ad ancora precarie situazioni di ordine economico e sociale.
  • Africa Free

    Focus logistica: il programma per lo sviluppo...

    AFRICA - Liberare le zone interne dalla loro marginalità geografica è uno degli scopi che le istituzioni africane si sono poste e che insieme al lancio dell’Area di libero scambio continentale hanno legato indissolubilmente allo sviluppo infrastrutturale. Su questa linea si pone anche quella che è stata definita la Presidential Infrastructure Champion Initiative (Pici), una iniziativa nata da una proposta sudafricana che ha portato all’identificazione di otto progetti “promossi” da altrettanti capi di Stato. Questi progetti, legati quindi a una figura politica di rilievo, sono la linea di navigazione tra il Lago Vittoria e il Mediterraneo attraverso il Nilo (progetto egiziano); la costituzione di uno Smart Africa Project (Ict) in Rwanda; il corridoio Lapsset che unirà Kenya, Etiopia e Sud Sudan; il Corridoio stradale e ferroviario nord-sud (dal Sudafrica alla Tanzania); il ponte di collegamento tra Kinshasa e Brazzaville, capitali dei due Congo divise dall’omonimo fiume; il gasdotto tra Nigeria e Algeria; il collegamento stradale e ferroviario tra Dakar (Senegal) e N’djamena (Ciad); l’autostrada transahariana tra Algeria, Niger e Nigeria.  Fra le regioni più attive in operazioni interstatali c’è sicuramente l’Africa orientale, dove si sta lavorando a una serie di collegamenti transfrontalieri e dove sono state concluse anche alcune opere di significativa importanza: tra queste c’è il completamento della ferrovia tra Addis Abeba e Gibuti, il completamento di tre moli del porto di Lamu nell’ambito del Lapsset, la costruzione della linea ferroviaria Mombasa-Nairobi-Kampala-Kigali. Si tratta solo di esempi di vari progetti transfrontalieri in corso e che stanno interessando soprattutto i sei Paesi della Comunità dell’Africa orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda e Sud Sudan) per un totale di trentasei progetti.  Dall’altra parte dell’Africa, nella regione occidentale, i progetti sono rallentati indubbiamente da un quadro della sicurezza reso precario lungo la fascia saheliana dalla presenza di gruppi armati islamisti (ma non solo) e di croniche situazioni di instabilità politica (si veda il Mali e il recente golpe dei militari). Ciononostante in cantiere c’è l’autostrada di collegamento tra Dakar (Senegal) e Abidjan (Costa d’Avorio) oltre che una via di collegamento marittimo ancora tra Dakar e Praia (Capo Verde).  L’Africa australe, grazie al Sudafrica, è tra le regioni africane meglio attrezzate e sta puntando su porti e ferrovie.  Su questo quadro pesa la spada di Damocle dei finanziamenti. Secondo una stima fatta dalla Banca africana di sviluppo, il continente soffre un gap finanziario relativo alle costruzioni di 108 miliardi di dollari all’anno. Non è un caso che nel 2018 e nel 2019 a Johannesburg, proprio la Banca africana di sviluppo abbia organizzato l’Africa Investment Forum, un evento pensato per mettere attorno allo stesso tavolo decisori politici, imprese, investitori e istituzioni finanziarie multilaterali. [MS]
  • Africa Free

    Focus logistica: il programma per lo sviluppo...

    AFRICA - Trasporti, energia, risorse idriche transfrontaliere e Ict. Questi quattro grandi ambiti rientrano fra gli scopi e gli interessi del Programma di sviluppo infrastrutturale in Africa (Programme for Infrastructure Development in Africa, Pida), che è la cornice con cui Unione Africana, Nepad, Banca africana di sviluppo hanno definito le priorità infrastrutturali del continente secondo un approccio che dà particolare enfasi ai corridoi regionali e allo stesso tempo alla complementarietà fra i differenti corridoi individuati; e che rimanda più in generale all’Agenda 2063 dell’Unione Africana. Il primo Pida Priority Action Plan (Pida Pap) è stato disegnato lungo un arco temporale che va dal 2012 al 2020, ha incluso cinquantuno programmi transfrontalieri, suddivisi a loro volta in quattrocento progetti pertinenti a uno dei quattro ambiti di azione. Nel corso del primo piano d’azione sono state realizzate su tutto il territorio continentale 16.066 chilometri di strade, diciassette Paesi sono stati collegati tra loro attraverso la fibra ottica, sono stati posati binari per 4.077 chilometri, impiantati 3.506 chilometri di linee di trasmissione elettrica.  Il secondo Pida Priority Action Plan (Pida Pap 2) partirà nel 2021 per arrivare fino al 2030, è attualmente in preparazione e sarà sottoposto nel gennaio del 2021 all’approvazione dei capi di Stato e di governo africani in occasione del consueto summit dell’Unione Africana. Il punto di forza del secondo Priority Action Plan sarà la promozione di un approccio basato su corridoi multisettoriali integrati, in cui maggiore peso avranno l’impatto ambientale, le esigenze delle comunità interessate dai singoli progetti e la sensibilità in materia di pari opportunità.  Nella selezione dei progetti si valuteranno le possibili sinergie con infrastrutture esistenti o già pianificate e le rispondenze con le ultime tecnologie. In sintesi si terrà conto di due pilastri: complementarietà e sostenibilità/inclusione.  Non tutto quanto pianificato nel primo Piano d’azione è stato realizzato. Nell’ultimo Pida Progress Report (2019), il rapporto che tiene conto delle fasi di avanzamento dei vari progetti, si fa il punto su alcuni dei progetti fondamentali in fase di realizzazione. Uno di questi, ancora da completare, è certamente la Trans-Maghreb Highway, l’autostrada dedicata all’area maghrebina che una volta completata servirà cinquantacinque città e una popolazione combinata di oltre sessanta milioni di abitanti e collegherà ventidue aeroporti, i principali porti, stazioni ferroviarie, università, centri di ricerca e grandi ospedali. Nei piani dell’Unione Africana, l’autostrada diventerà il nervo centrale attorno a cui sviluppare l’economia regionale, contribuendo in questo modo ad aumentare gli scambi interregionali e facilitando i commerci con l’Europa, con l’Asia e con l’Africa subsahariana. [SEGUE]
  • Africa Free

    Rinnovabili, renewAfrica presentata alla Commissione...

    L’iniziativa renewAfrica è stata presentata questa mattina a Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per il Green Deal europeo.

    A comunicarlo a InfoAfrica è stato il segretario della stessa renewAfrica, precisando che alla fine dell’incontro, che ha visto la partecipazione degli amministratori delegati e rappresentanti di alto livello di 18 aziende private e organizzazioni attive nel campo delle energie rinnovabili, Timmermans ha lodato l’allineamento dell’Iniziativa alle ambizioni green della Commissione europea e ha incoraggiato un coinvolgimento sempre maggiore di renewAfrica nella Strategia con l’Africa.

    L’iniziativa renewAfrica è stata strutturata per implementare public-private partnership (PPP), in modo da creare condizioni di parità per l’industria e gli investitori europei. A questo proposito, l’iniziativa può contribuire ad aggiungere valore agli strumenti finanziari europei esistenti, in modo da mobilitare il capitale pubblico e privato necessario alla creazione di una pipeline di progetti di energia rinnovabile sostenibili e bancabili in Africa. renewAfrica nasce dalla necessità di un programma a guida europea che possa offrire supporto end-to-end lungo l’intero ciclo del progetto, assistendo gli investitori con un dialogo politico di alto livello, fornendo assistenza tecnica ai governi nazionali e garantisca misure di riduzione dei rischi finanziari e strumenti di capacity building.

    Affinché il programma sia pienamente efficace, andrebbero evitate limitazioni in termini di tecnologia supportata, area geografica e dimensioni del progetto, mobilitando così capitale privato e sbloccando progetti bancabili di energia rinnovabile in tutta l’Africa. Le task force di renewAfrica hanno elaborato una proposta, identificando possibili paesi pilota, delineando una serie di servizi di assistenza tecnica ed elaborando un pacchetto finanziario per coprire i principali rischi di investimento. Al suo attuale grado di sviluppo, l’iniziativa renewAfrica può contribuire agli obiettivi europei di diplomazia verde in Africa.

    “Oggi siamo molto orgogliosi di presentare il risultato degli sforzi portati avanti dal lancio dell’iniziativa renewAfrica, raccogliendo il contributo dei principali attori dell’industria europea delle energie rinnovabili” spiega Antonio Cammisecra, presidente di renewAfrica, “Crediamo che un programma innovativo come renewAfrica possa svolgere un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo economico sostenibile dell’Africa in accordo con la visione europea di un futuro più inclusivo e giusto”.

    “L’Africa ha un enorme potenziale di crescita, e a determinare la velocità e l’equità di questa crescita sarà l’accesso all’energia. Oggi, le tecnologie eoliche o solari possono generare elettricità al costo più basso di sempre e possono spesso essere implementate a livello locale, senza la necessità di reti estese che coprono grandi distanze. È fantastico vedere il settore privato abbracciare promettenti opportunità di investimenti, innovazione e sviluppo in Africa. Con l’iniziativa Africa Europe Green Energy, come parte della nuova strategia dell’UE con l’Africa, vogliamo contribuire a fornire energia più sostenibile e soddisfare le crescenti esigenze energetiche del continente africano” commenta Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea.

    Spinta dalla rapida crescita demografica ed economica, la domanda di energia in Africa sta velocemente aumentando: tuttavia, circa 600 milioni di persone nel continente vivono ancora senza accesso all’elettricità. Ad oggi, le energie rinnovabili rappresentano il modo più veloce ed economico per soddisfare il fabbisogno energetico, ma, mentre la capacità di energia rinnovabile installata a livello globale negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata, la crescita in Africa corrisponde solo al 2% del totale. Garantire l’accesso universale all’elettricità nell’area sub-sahariana richiede un aumento di 120 miliardi di dollari di investimenti all’anno fino al 2040, capitali che i classici canali di finanziamento pubblico non riescono a mobilitare. Fino ad ora, vari tipi di barriere hanno limitato l’attrattiva del continente agli occhi degli investitori privati ​​internazionali, rallentando così il suo progresso nella transizione verso le energie rinnovabili. Inoltre, sul mercato esiste un’ampia gamma di strumenti finanziari europei che, però, risultano molto frammentati in termini di sostegno offerto, condizione che riduce profondamente il loro impatto.

    L’obiettivo finale dell’iniziativa renewAfrica è sostenere i paesi africani nel raggiungimento dell’accesso a servizi energetici economici, affidabili, sostenibili e moderni. Le energie rinnovabili saranno fondamentali nella creazione di una nuova economia sostenibile e carbon neutral, superando le tecnologie inquinanti: ma, oltre fornire energia e ridurre le emissioni, il potenziale di energia rinnovabile dell’Africa offre anche l’opportunità di creare nuovi posti di lavoro, stimolare l’industrializzazione, dare il via a una crescita socioeconomica più ampia e inclusiva, e sostenere i paesi nell’implementazione dei loro impegni in termini di Obiettivi di sviluppo sostenibile e di contributi previsti a livello nazionale nell’ambito dell’Accordo di Parigi.

    “Osservando gli andamenti attuali, non siamo sulla strada giusta per garantire un accesso all’elettricità universale e sostenibile entro il 2030, soprattutto in Africa. Questa situazione deve preoccuparci tutti. Gli stakeholder sono disposti a colmare il divario, e le nuove tecnologie e i cambiamenti demografici possono rappresentare un valido sostegno. È necessario individuare e seguire un percorso comune per raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 7, e renewAfrica rappresenta un passo avanti” osserva Francesco Starace, CEO di Enel e Presidente di SEforALL.

  • Africa Free

    Toyota investe nelle startup per la mobilità

    AFRICA - Attraverso il suo fondo di investimento “Mobility 54”, il costruttore auto giapponese Toyota intende investire 45 milioni in startup di trasporti con tecnologie e mobilità innovative. Lo ha detto alla Reuters Takeshi Watanabe, il CEO del fondo lanciato nell’agosto del 2019. Di recente, il fondo Toyota ha investito 4 milioni di dollari nella startup Tugende, specializzata nel credito alle piccolissime imprese di trasporto urbano, come le moto-taxi e i mini van. L’azienda si è lanciata l’anno scorso anche nell’ovest del Kenya e auspica di poter proseguire la sua espansione africana. Attraverso Mobility 54, come spiega La Tribune Afrique, la Toyota cerca di stimolare le vendite dei suoi veicoli in Africa, poiché li propone alle società che ottengono i finanziamenti. Il costruttore giapponese è anche presente sul continente con stabilimenti di costruzione e assemblaggio, in particolare in Sudafrica e in Egitto. [CC]