Africa

Svizzera con AfDB a sostegno dell’imprenditoria giovanile

AFRICA – La Segreteria di Stato per gli affari economici del Governo della Confederazione Svizzera e la Banca africana di sviluppo (AfDB) hanno firmato due accordi per finanziare iniziative africane. Gli accordi sono stati siglati a margine delle riunioni annuali della Banca, a Malabo.

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  • AfricaSudafrica Free

    M&A: Pepsi vuole acquisire Pioneer Foods per 1,7 Mld

    SUDAFRICA/AFRICA -  Il produttore americano di bevande e snack PepsiCo ha annunciato l’intenzione di acquisire il controllo del gruppo sudafricano Pioneer Food Group, in un’operazione dal valore commerciale stimato in circa 1,7 miliardi di dollari. Lo hanno annunciato le due società oggi, precisando che con questa mossa Pepsi intende utilizzare il colosso sudafricano come perno della sua ulteriore espansione in Africa Sub-Sahariana. PepsiCo ha offerto un corrispettivo in contanti di 110 rand (6 sterline) per azione ordinaria di Pioneer Foods. "Questa acquisizione consentirà a PepsiCo di acquisire una solida testa di ponte per l'espansione nell'Africa sub-sahariana, aumentando le capacità di produzione e il presidio di un nuovo mercato per l'azienda, consentendo la scalabilità e la distribuzione", ha scritto PepsiCo in una nota. "L'acquisizione di Pioneer Foods aumenterà la presenza di PepsiCo in un paese e in una regione ad alto potenziale di crescita ... Pioneer Foods  rappresenta una parte importante nella strategia di PepsiCo di espandersi non solo in Sudafrica ma anche nell'intera Africa sub-sahariana." L'accordo "contribuirà in modo significativo alla crescita dell'economia sudafricana" e potrebbe stimolare ulteriori investimenti diretti esteri, ha detto PepsiCo. Pioneer dal canto suo ha affermato che la fusione consentirà al gruppo sudafricano di avere accesso "alla leadership nella ricerca e sviluppo, alla distribuzione e alla competenza di un marchio globale ".
  • Africa Free

    Piano AfDB per fotovoltaico in zone rurali

    AFRICA - Un piano della Banca africana di sviluppo (AfDB) per portare elettricità a 4,5 milioni di persone è stato approvato e riguarderà 900 mila abitazioni di diversi Paesi del continente. Il piano è rivolto alle società specializzate nelle soluzioni per la produzione diffusa di energia elettrica e creerà dei meccanismi per finanziare le loro attività riducendo il rischio per gli istituti di credito.  A ciascuna abitazione, attraverso il fotovoltaico, sarà garantita una fornitura minima di 45MW di energia attraverso la realizzazione di micro impianti di generazione solare. Target principale saranno villaggi e aree rurali.  Perno del progetto saranno le imprese private che in questo modo potranno presentare soluzioni sostenibili anche attraverso l’impiego di nuove tecnologie come i sistemi di pagamento mobile banking e pay-as-you-go. [MS]
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    Biosicurezza, Unione Africana al lavoro per norme...

    AFRICA - L’Unione Africana sta valutando la possibilità di armonizzare a livello continentale i regolamenti in materia di biosicurezza. Obiettivo è quello di gestire in maniera efficace le applicazioni per biotecnologie. A questa conclusione stanno lavorando in particolare i cinque membri a interim dell’African Union Biosafety Regulators Forum di cui attualmente fanno parte Nigeria, Mozambico, Uganda, Gabon e Mauritania. I temi della biosicurezza sono abbastanza recenti in Africa ma avranno un ruolo crescente nei prossimi anni. La sfida è quella di costruire quadri normativi e regolatori panafricani più efficienti di quelli attualmente esistenti.
  • Africa Free

    Rinnovabili, iniziativa renewAfrica presentata a...

    AFRICA - La Fondazione Res4Africa ha presentato ieri a Lussemburgo alle principali istituzioni finanziarie multilaterali europee l’iniziativa renewAfrica, che mira a dare slancio agli investimenti nelle energie rinnovabili in Africa.

    A darne notizia è stata la stessa fondazione Res4Africa, precisando che all’incontro hanno partecipato rappresentanti della Banca europea degli investimenti (BEI), della Banca di sviluppo olandese (FMO) e dell’associazione delle Istituzioni per la finanza allo sviluppo europee (EDFI).

    L'iniziativa renewAfrica promuove la creazione di un nuovo strumento a livello europeo per fornire un adeguato supporto a livello politico e regolatorio, assicuri strumenti di preparazione di tutte le fasi dei progetti di sviluppo delle energie rinnovabili e prevedere misure per mitigare il rischio economico e implementare attività di formazione professionale nel continente africano.

    “L’interesse e il sostegno che l'iniziativa renewAfrica sta ricevendo indicano chiaramente la necessità e l'urgenza di un nuovo programma per sostenere gli investimenti nelle energie rinnovabili in Africa - ha detto Antonio Cammisecra, presidente di Res4Africa Foundation e amministratore di Enel Green Power - Siamo lieti di presentarlo per ottenere il sostegno degli istituti finanziari europei e della Banca europea per gli investimenti, in quanto l'iniziativa può andare avanti solo se sostenuta da un partenariato forte e multisettoriale”.

    L’incontro si è concluso con la firma da parte della BEI e di FMO della dichiarazione d’intenti non vincolante per promuovere l’iniziativa renewAfrica. Allo stato attuale sono già 25 le società e le istituzioni che hanno aderito: oltre alla BEI e a FMO, anche ABB, Cassa Depositi e Prestiti, DNV GL, EDP Renewables, Enel Green Power, Ge Renewable Energy, GWEC, Intesa Sanpaolo, Nordex, Nordic Energy Research, Norfund, Pöyry, Prysmian, PwC, REC Group, SDA Bocconi School of Management, Siemens Gamesa, SMA, Solar Power Europe, Soltec, Total Eren e Vestas. [MV]

  • Africa Free

    Cercare il valore aggiunto (2), intervista a Kees...

    In Africa possiamo trovarci in situazioni in cui mancano le infrastrutture, ci sono difficoltà di accesso al credito, difficoltà di accesso ai mercati. Per una cooperativa questi possono costituire ostacoli quasi impossibili da superare.

    In Africa, è vero, vediamo villaggi e cooperative che hanno difficoltà di questo tipo. In questi casi sono essenziali gli investimenti pubblici: internet, acqua, elettricità. Tuttavia, le cooperative possono giocare un ruolo: ci sono esperienze in questo senso che vengono dall’Argentina e anche dagli Stati Uniti, Paesi molto grandi dove alcune associazioni locali in aree remote hanno assunto l’onere dell’ultimo miglio, facendo da collettore e portando le connessioni ai singoli utenti e facendone addirittura un business. Una volta che c’è una strada, che c’è una rete elettrica e una connessione a Internet, i contadini possono cominciare a lavorare meglio e non c’è nemmeno bisogno di tanti fondi in presenza di tali requisiti. Se c’è la possibilità di avviare un impianto di trasformazione agroalimentare, saranno gli stessi soggetti di quel territorio a farlo con propri fondi. È qualcosa che ho visto verificarsi molte volte. In Europa è prevalente l’idea che in Africa si possano avere sviluppi positivi soltanto grazie ai soldi dell’Europa o alle consulenze dell’Europa. Invece, in Africa si fa tantissimo a prescindere da questo.

    Parlando invece di proprietà della terra, quanto può incidere questo elemento sulla creazione di cooperative?

    La questione della proprietà della terra è una questione seria e tocca soprattutto i contadini singoli più che le cooperative. Le cooperative comprano estensioni di terra dove impiantare una fabbrica e finisce lì. I contadini che riforniscono una cooperativa invece o non sono proprietari della terra che coltivano oppure si trovano in situazioni ambigue. È un problema perché in molti Paesi poi le leggi sull’eredità complicano il quadro. L’altra questione è che in Africa il contadino passa troppo tempo nella fattoria: è il lavoratore, il manager, è quello che diventa vecchio nella fattoria trasferendo solo dopo la morte le redini alla generazione successiva. Le giovani generazioni avrebbero invece tempo e forza di inserire novità e innovazioni.

    In che modo si può rendere bancabile una cooperativa?

    Quando visitiamo una cooperativa, in genere i membri hanno una specie di sogno che può essere per esempio quello di aprire una fabbrica, un impianto produttivo. Noi ci sediamo con loro per una settimana analizzando insieme tutto: dalle finanze alla governance, dai partner esterni come le banche allo staff. La cosa che cerchiamo di capire è se davvero vogliono che questo sogno si realizzi e se sono davvero pronti a investirci. Quando arriviamo alla conclusione che sì, davvero vogliono lavorare per realizzare questo sogno, vediamo che c’è voglia di investire, che c’è determinazione allora interveniamo e diamo il nostro contributo per la soluzione delle criticità che magari nel frattempo abbiamo individuato. Diciamo a tutti di non mostrare il progetto a una banca se non sono previsti investimenti degli stessi membri della cooperativa. Le banche sono pronte a fare la loro parte rispetto a un investimento in cui magari il 40% o il 50% dell’investimento è stato messo dentro dai membri stessi della cooperativa. Perché se si investe sulle proprie idee, le banche sono sicure che si darà il massimo perché il business abbia successo.

    In che modo possono funzionare partnership win-win tra il settore privato di un Paese occidentale e realtà cooperative africane?

    Il dialogo e la condivisione di esperienze e necessità è alla base di tutto. Per esempio ci sono produttori di patate in Rwanda che abbiamo messo in contatto con cooperative che commerciano questo prodotto nei Paesi Bassi. I buyer olandesi hanno suggerito quali varietà vanno meglio (perché per esempio hanno una buccia particolare o una consistenza diversa). Queste relazioni hanno portato a un maggiore interesse commerciale dei buyer olandesi per le patate del Rwanda. E stiamo vedendo che questo tipo di relazione sta crescendo, per esempio in Kenya per i prodotti caesari. Poi è molto importante la connessione con le tecnologie e quindi il trasferimento di tecnologie.

  • Africa Free

    Cercare il valore aggiunto, è questo il punto di forza...

    Parlare di modelli cooperativi seduti all’interno della caffetteria dell’Unione Europea a Bruxelles in qualche modo sembra riportare tutto a un suo ordine. Farlo con Kees Blokland, fondatore e direttore di Agriterra, organizzazione olandese specializzata proprio in cooperative, apre prospettive inusuali, utili a capire quanto incisivi possano essere tali modelli applicati ai contesti africani.

    D’altra parte non è un caso che Blokland abbia fatto parte del comitato di esperti selezionato dall’Unione Europea per la Task Force for Rural Africa, organismo promosso in maniera congiunta con l’Unione Africana per elaborare una road map utile all’amplificazione della cooperazione tra Africa ed Europa in campo agricolo.

    Dottor Blokland, lei pensa davvero che il modello delle cooperative possa essere un modello chiave per lo sviluppo rurale dell’Africa?

    Penso che i principi fondamentali del modello cooperativistico possano essere applicati ovunque. Parliamo di business e il punto, nel caso delle cooperative, è che il business viene gestito da un’associazione. Ci sono molte situazioni nelle quali un’associazione, un gruppo di persone, unisce le forze per raggiungere un obiettivo. Ci si mette insieme per vendere latte o per commerciare ortaggi. Quando ci si mette insieme per aggiungere valore ai propri prodotti, nel corso degli anni si cresce, si creano per esempio impianti per la lavorazione del latte o degli ortaggi. In definitiva, le cooperative sono un business, sono imprese come altre e si differenziano perché dietro c’è un’associazione di pari. È l’associazione il vero azionista dell’impresa ed è negli obiettivi che c’è la vera differenza rispetto per esempio a una società quotata. In un’impresa quotata l’obiettivo è rappresentato dai capitali, nel caso delle cooperative invece il punto non è tanto il ritorno in capitali quanto il valore del prodotto. Così una cooperativa che produce latte punta ad avere quanto più valore possibile per il suo latte e così via.

    L’obiettivo sarà dunque trovare il modo di aggiungere valore al proprio latte? 

    Esatto. Qualunque operazione - dal marketing alla trasformazione - sarà pensata per creare valore aggiunto a quel latte. Questa business orientation è differente quindi dalla strada percorsa da imprese di altro tipo ed è un modello particolarmente interessante per i contadini perché questi hanno prodotti da cui dipende il loro reddito e hanno lo scopo di migliorare il reddito della propria famiglia. Quando le persone cominciano a pensare di voler migliorare le proprie condizioni di vita, il lavoro, il reddito, ecco che cominciano a pensare di mettere su delle cooperative.

    Se questa è la soluzione, quali sono le difficoltà?

    Una cosa è pensare di avviare una cooperativa e un’altra cosa è farlo nella maniera più giusta. Perché è difficile. Occorre far sì che gli affari funzionino così come tutti i meccanismi che stanno dietro a una cooperativa, per esempio i rapporti tra i proprietari e i professionisti che lavorano per la cooperativa. Ci sono relazioni che occorre strutturare, occorre lavorare perché i contadini non considerino la cooperativa una loro esclusiva proprietà. Problematiche che sono molto frequenti e che, parlando delle realtà africane, si possono superare anche guardando all’esperienza maturata in altre regioni del mondo. Per esempio non ci sono davvero grandi differenze tra una cooperativa in Italia e una in Africa, possono variare le soluzioni: nei board delle cooperative olandesi non ci sono soltanto contadini ma anche esperti che possono essere cruciali per Ict, finanza o per l’implementazione di particolari sinergie. [SEGUE]