Africa

Acqua, energia e cibo: una possibile chiave di sviluppo

AFRICA – Il Water, Energy and Food Nexus (Wef Nexus), ovvero il nesso acqua-energia-cibo, è la formula che riassume il legame indissolubile fra i tre ambiti della sicurezza idrica, della sicurezza energetica e della sicurezza alimentare, per cui ogni azione intrapresa in uno di questi campi si ripercuote inevitabilmente in uno o in entrambi gli altri settori. Un approccio ispirato al Wef Nexus implica dunque il passaggio da un approccio settoriale a un approccio trasversale che preveda soluzioni integrate e di più ampia visione, anche per evitare ‘competizioni’ nell’utilizzo delle risorse a disposizione (per esempio, impiantare colture per biocarburanti permette di avere energia ma sottrae terra e acqua per le colture alimentari). Operare secondo le linee guida del Nexus significa ascoltare tutte le parti in causa e condurre azioni congiunte, anche ‘sacrificando’ parte dei propri interessi per un fine comune, in modo da risolvere un problema nella maniera più soddisfacente mantenendo intatto l’ecosistema di riferimento. Significa bilanciare gli obiettivi dei diversi fruitori delle risorse alla luce di una strategia di lungo termine. Per fare un esempio, parlare di agricoltura sostenibile vuol dire elaborare un sistema che possa poggiare su un aumento delle rese utilizzando però le risorse d’acqua in maniera più sostenibile e sfruttando tecnologie legate anche a fonti di energia rinnovabile.
Si tratta di un concetto che ha suscitato negli ultimi anni una consapevolezza crescente e su cui la comunità internazionale – e in particolare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) – ha elaborato diversi studi per rispondere alle grandi sfide che l’umanità ha di fronte da qui ai prossimi decenni. Tra le riflessioni che il Nexus ha generato, ci sono anche atteggiamenti più cauti. Una critica generale che viene mossa all’approccio Nexus, come sottolinea la Fao, riguarda le similitudini che a prima vista questo sembra mostrare con altri tipi di approcci integrati per la gestione delle risorse, in particolare l’Integrated Water Resources Management (Iwrm). Anche quest’ultimo, infatti, punta a un utilizzo coordinato delle acque e della terra per favorire lo sviluppo economico nel rispetto del benessere delle popolazioni e dell’ambiente. L’approccio Iwrm, tuttavia, è fortemente centrato sulle risorse idriche e tende a rendere le questioni relative al settore idrico prioritarie rispetto ad altre. Il Nexus è invece ‘multicentrico’ e pone sullo stesso livello interessi e obiettivi dei tre settori acqua, terra, energia, riconoscendo la loro piena interdipendenza e puntando su questa visione collettiva come base per uno sviluppo sostenibile.
Parte proprio da questo quadro di fondo uno studio del dicembre 2015 intitolato ‘Nexus Trade-Offs and Strategies for Addressing the Water, Agriculture and Energy Security Nexus in Africa’ e realizzato da International Water Association (Iwa), International Union for Conservation of Nature (Iucn) e The Infrastructure Consortium for Africa (Ica). Scopo del rapporto è evidenziare, attraverso i risultati delle ricerche effettuate sui due casi studio del Lago Volta e del Lago Vittoria in Africa, alcune difficoltà nella gestione delle risorse del territorio, con particolare riferimento alle infrastrutture idriche, e delineare quindi alcune indicazioni su come ridurre i conflitti di interesse fra le tre componenti del Nexus.
Secondo il rapporto, sono quattro le parti (gli stakeholder) che devono essere coinvolte nell’approccio Wef nexus: le entità statali, tra i cui compiti c’è lo sforzo di mantenere la crescita economica e, nel caso dell’Africa, realizzare la trasformazione socioeconomica e assicurare la pace e la stabilità per evitare scontri militari; le popolazioni, il cui interesse è quello di migliorare le condizioni di vita a livello familiare, di avere accesso ai servizi idrici e a quelli igienico-sanitari, di disporre di un reddito sostenibile, di avere accesso ai mezzi di produzione; il settore privato, per il quale è fondamentale affrontare il problema della sicurezza idrica, energetica e alimentare per avere garantiti l’accesso ai fattori di produzione ovvero mercati e opportunità sicuri; l’ambiente, i cui ‘gestori’ lavorano per garantire la biodiversità come risultato di habitat e servizi ecosistemici sostenibili. [SEGUE]

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    L'iniziativa renewAfrica promuove la creazione di un nuovo strumento a livello europeo per fornire un adeguato supporto a livello politico e regolatorio, assicuri strumenti di preparazione di tutte le fasi dei progetti di sviluppo delle energie rinnovabili e prevedere misure per mitigare il rischio economico e implementare attività di formazione professionale nel continente africano.

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    L’incontro si è concluso con la firma da parte della BEI e di FMO della dichiarazione d’intenti non vincolante per promuovere l’iniziativa renewAfrica. Allo stato attuale sono già 25 le società e le istituzioni che hanno aderito: oltre alla BEI e a FMO, anche ABB, Cassa Depositi e Prestiti, DNV GL, EDP Renewables, Enel Green Power, Ge Renewable Energy, GWEC, Intesa Sanpaolo, Nordex, Nordic Energy Research, Norfund, Pöyry, Prysmian, PwC, REC Group, SDA Bocconi School of Management, Siemens Gamesa, SMA, Solar Power Europe, Soltec, Total Eren e Vestas. [MV]

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    Cercare il valore aggiunto (2), intervista a Kees...

    In Africa possiamo trovarci in situazioni in cui mancano le infrastrutture, ci sono difficoltà di accesso al credito, difficoltà di accesso ai mercati. Per una cooperativa questi possono costituire ostacoli quasi impossibili da superare.

    In Africa, è vero, vediamo villaggi e cooperative che hanno difficoltà di questo tipo. In questi casi sono essenziali gli investimenti pubblici: internet, acqua, elettricità. Tuttavia, le cooperative possono giocare un ruolo: ci sono esperienze in questo senso che vengono dall’Argentina e anche dagli Stati Uniti, Paesi molto grandi dove alcune associazioni locali in aree remote hanno assunto l’onere dell’ultimo miglio, facendo da collettore e portando le connessioni ai singoli utenti e facendone addirittura un business. Una volta che c’è una strada, che c’è una rete elettrica e una connessione a Internet, i contadini possono cominciare a lavorare meglio e non c’è nemmeno bisogno di tanti fondi in presenza di tali requisiti. Se c’è la possibilità di avviare un impianto di trasformazione agroalimentare, saranno gli stessi soggetti di quel territorio a farlo con propri fondi. È qualcosa che ho visto verificarsi molte volte. In Europa è prevalente l’idea che in Africa si possano avere sviluppi positivi soltanto grazie ai soldi dell’Europa o alle consulenze dell’Europa. Invece, in Africa si fa tantissimo a prescindere da questo.

    Parlando invece di proprietà della terra, quanto può incidere questo elemento sulla creazione di cooperative?

    La questione della proprietà della terra è una questione seria e tocca soprattutto i contadini singoli più che le cooperative. Le cooperative comprano estensioni di terra dove impiantare una fabbrica e finisce lì. I contadini che riforniscono una cooperativa invece o non sono proprietari della terra che coltivano oppure si trovano in situazioni ambigue. È un problema perché in molti Paesi poi le leggi sull’eredità complicano il quadro. L’altra questione è che in Africa il contadino passa troppo tempo nella fattoria: è il lavoratore, il manager, è quello che diventa vecchio nella fattoria trasferendo solo dopo la morte le redini alla generazione successiva. Le giovani generazioni avrebbero invece tempo e forza di inserire novità e innovazioni.

    In che modo si può rendere bancabile una cooperativa?

    Quando visitiamo una cooperativa, in genere i membri hanno una specie di sogno che può essere per esempio quello di aprire una fabbrica, un impianto produttivo. Noi ci sediamo con loro per una settimana analizzando insieme tutto: dalle finanze alla governance, dai partner esterni come le banche allo staff. La cosa che cerchiamo di capire è se davvero vogliono che questo sogno si realizzi e se sono davvero pronti a investirci. Quando arriviamo alla conclusione che sì, davvero vogliono lavorare per realizzare questo sogno, vediamo che c’è voglia di investire, che c’è determinazione allora interveniamo e diamo il nostro contributo per la soluzione delle criticità che magari nel frattempo abbiamo individuato. Diciamo a tutti di non mostrare il progetto a una banca se non sono previsti investimenti degli stessi membri della cooperativa. Le banche sono pronte a fare la loro parte rispetto a un investimento in cui magari il 40% o il 50% dell’investimento è stato messo dentro dai membri stessi della cooperativa. Perché se si investe sulle proprie idee, le banche sono sicure che si darà il massimo perché il business abbia successo.

    In che modo possono funzionare partnership win-win tra il settore privato di un Paese occidentale e realtà cooperative africane?

    Il dialogo e la condivisione di esperienze e necessità è alla base di tutto. Per esempio ci sono produttori di patate in Rwanda che abbiamo messo in contatto con cooperative che commerciano questo prodotto nei Paesi Bassi. I buyer olandesi hanno suggerito quali varietà vanno meglio (perché per esempio hanno una buccia particolare o una consistenza diversa). Queste relazioni hanno portato a un maggiore interesse commerciale dei buyer olandesi per le patate del Rwanda. E stiamo vedendo che questo tipo di relazione sta crescendo, per esempio in Kenya per i prodotti caesari. Poi è molto importante la connessione con le tecnologie e quindi il trasferimento di tecnologie.

  • Africa Free

    Cercare il valore aggiunto, è questo il punto di forza...

    Parlare di modelli cooperativi seduti all’interno della caffetteria dell’Unione Europea a Bruxelles in qualche modo sembra riportare tutto a un suo ordine. Farlo con Kees Blokland, fondatore e direttore di Agriterra, organizzazione olandese specializzata proprio in cooperative, apre prospettive inusuali, utili a capire quanto incisivi possano essere tali modelli applicati ai contesti africani.

    D’altra parte non è un caso che Blokland abbia fatto parte del comitato di esperti selezionato dall’Unione Europea per la Task Force for Rural Africa, organismo promosso in maniera congiunta con l’Unione Africana per elaborare una road map utile all’amplificazione della cooperazione tra Africa ed Europa in campo agricolo.

    Dottor Blokland, lei pensa davvero che il modello delle cooperative possa essere un modello chiave per lo sviluppo rurale dell’Africa?

    Penso che i principi fondamentali del modello cooperativistico possano essere applicati ovunque. Parliamo di business e il punto, nel caso delle cooperative, è che il business viene gestito da un’associazione. Ci sono molte situazioni nelle quali un’associazione, un gruppo di persone, unisce le forze per raggiungere un obiettivo. Ci si mette insieme per vendere latte o per commerciare ortaggi. Quando ci si mette insieme per aggiungere valore ai propri prodotti, nel corso degli anni si cresce, si creano per esempio impianti per la lavorazione del latte o degli ortaggi. In definitiva, le cooperative sono un business, sono imprese come altre e si differenziano perché dietro c’è un’associazione di pari. È l’associazione il vero azionista dell’impresa ed è negli obiettivi che c’è la vera differenza rispetto per esempio a una società quotata. In un’impresa quotata l’obiettivo è rappresentato dai capitali, nel caso delle cooperative invece il punto non è tanto il ritorno in capitali quanto il valore del prodotto. Così una cooperativa che produce latte punta ad avere quanto più valore possibile per il suo latte e così via.

    L’obiettivo sarà dunque trovare il modo di aggiungere valore al proprio latte? 

    Esatto. Qualunque operazione - dal marketing alla trasformazione - sarà pensata per creare valore aggiunto a quel latte. Questa business orientation è differente quindi dalla strada percorsa da imprese di altro tipo ed è un modello particolarmente interessante per i contadini perché questi hanno prodotti da cui dipende il loro reddito e hanno lo scopo di migliorare il reddito della propria famiglia. Quando le persone cominciano a pensare di voler migliorare le proprie condizioni di vita, il lavoro, il reddito, ecco che cominciano a pensare di mettere su delle cooperative.

    Se questa è la soluzione, quali sono le difficoltà?

    Una cosa è pensare di avviare una cooperativa e un’altra cosa è farlo nella maniera più giusta. Perché è difficile. Occorre far sì che gli affari funzionino così come tutti i meccanismi che stanno dietro a una cooperativa, per esempio i rapporti tra i proprietari e i professionisti che lavorano per la cooperativa. Ci sono relazioni che occorre strutturare, occorre lavorare perché i contadini non considerino la cooperativa una loro esclusiva proprietà. Problematiche che sono molto frequenti e che, parlando delle realtà africane, si possono superare anche guardando all’esperienza maturata in altre regioni del mondo. Per esempio non ci sono davvero grandi differenze tra una cooperativa in Italia e una in Africa, possono variare le soluzioni: nei board delle cooperative olandesi non ci sono soltanto contadini ma anche esperti che possono essere cruciali per Ict, finanza o per l’implementazione di particolari sinergie. [SEGUE]