Africa

La Camera di commercio di Dubai lancia un portale dedicato all’Africa

AFRICA – Si chiama “Africa Gateway” il nuovo portale online che la Camera di commercio e d’industria di Dubai ha creato per aiutare a rafforzare le relazioni commerciali con il continente africano.

(123 parole) - 3,90 Euro

Leggi tutto l'articolo

Bloccato
Acquista questo articolo
Singolo articolo

Acquista un singolo articolo per visualizzarne il contenuto

3,90 Euro

Abbonamento Canale

L’abbonamento a un Canale dà diritto a ricevere informazioni quotidiane su un'area geografica o un paese.

da 190 Euro

Abbonamento Area Tematica

L’abbonamento per canale tematico è pensato per chi ha interessi specifici determinati dalla propria attività e non strettamente legati a una precisa area geografica

da 350 Euro

Ultimi articoli della sezione Africa

  • Africa Free

    Aics a Mazara del Vallo, a confronto per un vero...

    AFRICA - L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) partecipa alla IX edizione di Blue Sea Land, l’Expo internazionale dei Cluster produttivi del Mediterraneo, dell’Africa e del Medio Oriente e delle filiere agro-ittico-alimentari, che si terrà dal 22 al 25 ottobre a Mazara del Vallo (Trapani). Per il terzo anno l’AICS partecipa e contribuisce a questo appuntamento che trae ispirazione, in particolare, dai modelli di sviluppo della Green Economy, della Blue Economy e dell’Economia Circolare. Un’occasione, quest’anno tutta “virtuale”, per far conoscere le tante attività istituzionali svolte dall’Agenzia a favore delle politiche di cooperazione e integrazione in corso nei Paesi partner. Un particolare approfondimento sarà riservato allo sviluppo economico in Africa attraverso il webinar “Quale partenariato per L’Africa? Lo sviluppo costruito dai protagonisti in un dialogo con economisti e filosofi africani”. Parteciperà, fra l'altro, il filosofo Achille Mbembe e l'economista Eugene Nyambal per un dialogo a più voci fra paesi partner.  Appuntamento a venerdì, 23 ottobre, alle 12.30. Per info e per seguire l’evento clicca qui.
  • Africa Free

    Aiuti internazionali per il Sahel, Italia presente

    AFRICA - Dai donatori internazionali è giunta ieri la promessa di 1,7 miliardi di dollari di aiuti per la regione del Sahel. La crisi umanitaria in atto è stata al centro di una tavola rotonda ministeriale, virtuale,  organizzata dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dalla Danimarca e dalla Germania. Presente alla conferenza, la viceministra italiana degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Emanuela del Re, che sulla sua pagina facebook ricorda: «La stabilizzazione del Sahel centrale è una priorità per l'Italia, data la sua posizione geografica strategica che collega l'Africa subsahariana al bacino del Mediterraneo. L'impegno del nostro Paese nell'area è crescente, in tutti i settori, come testimoniato dalla mia recente visita ufficiale in Niger e dalla futura apertura di un’ambasciata in Mali». Nel corso dell'ultimo decennio, ricorda la viceministra, le vulnerabilità già gravi si sono ulteriormente aggravate nel Sahel centrale a seguito di una feroce interconnessione tra povertà, estremismo violento, conflitti, conseguenze dei cambiamenti climatici, pericoli legati al clima, ora ulteriormente esacerbati dalla pandemia di covid, deteriorando la situazione umanitaria dell’area, anche sul piano della sicurezza alimentare. «Per affrontare le cause profonde della crisi umanitaria che affligge la regione dobbiamo rafforzare la coerenza e la complementarità tra la risposta umanitaria e allo sviluppo e un'azione coordinata tra le diverse parti interessate, compresi gli attori umanitari e dello sviluppo e il settore privato» ha aggiunto Del Re. [CC]
  • Africa Free

    Logistica, spedire in Africa nonostante le complessità...

    AFRICA - Spedire merci è il mestiere di Logimar, riuscire a farlo anche in contesti complessi come quelli africani è una specializzazione sviluppata negli anni che in pochi possono vantare. Eppure, per questa azienda bergamasca, tutto è nato da una sfida e da una brutta esperienza. La sfida di garantire la qualità dei servizi e il raggiungimento delle destinazioni in un continente sempre più al centro della scena mondiale e quindi dei commerci; la voglia di rispondere a un episodio negativo – un partner sbagliato costato tempo e soldi – con una iniziativa che ha poi preso la forma dell’Africa Logistics Network, presieduta da Marcello Saponaro che è anche l’amministratore delegato di Logimar.    Partiamo da Logimar e dall’attenzione che state ponendo sull’Africa. Come mai questa scelta?  Quello dello spedizioniere è un lavoro che va cambiando, che si va semplificando, che si va standardizzando sempre più. Con delle eccezioni, però, come quelle rappresentate dall’Africa e dal project cargo, i trasporti eccezionali, le cose difficili. Quindi, pur senza dimenticare il resto, abbiamo cercato di specializzarci in questi ambiti, perché siamo una pmi e per crescere dobbiamo differenziarci.   Qual era la situazione in Africa quando siete arrivati? Quali erano cioè le criticità e come le avete risolte? Ovviamente ci sono tante Afriche: quando parliamo di Nordafrica in termini di logistica, per la qualità dei servizi offerti, stiamo parlando di una realtà diversa da quella subsahariana. Poi ci sono Paesi dove in alcuni casi è veramente difficile selezionare la qualità degli operatori locali. Noi quindi offriamo innanzitutto noi stessi: abbiamo fondato l’Africa Logistics Network per dare la possibilità a Logimar di lavorare meglio, di arrivare a mercati irraggiungibili per il 95% degli spedizionieri italiani, che in alcune aree dell’Africa non se la sentono, non riescono o non possono andare. Oggi Africa Logistics Network è una rete di cui fanno parte 249 spedizionieri nel mondo. Eravamo partiti sei anni fa da Bergamo con un meeting a cui parteciparono circa 45 aziende: agenti di Logimar che per amicizia, per fiducia, avevano aderito al network. Lo scorso anno, al meeting di Istanbul eravamo 150 aziende, un livello pari a quello dei più grandi network mondiali come partecipazione. Solo che la nostra è una rete fatta soprattutto di spedizionieri africani, oltre che asiatici, americani ed europei.   Questa è una prima particolarità. Ed è stata anche una prima difficoltà, poi superata. Consideri che i network nella logistica esistono da trent’anni perché danno la possibilità di evitare lunghi e frequenti viaggi nel mondo per incontrare i propri agenti; tramite la formazione di queste reti, ci si incontra invece una-due volte all’anno dopo dodici mesi di contatti continui. Così buona parte del lavoro è fatta.   Stabilire una rete consente di avere anche delle omogeneità, di avere a che fare con attori che conoscete. Ed è partito tutto da una brutta esperienza. Sì, un problema che abbiamo avuto come Logimar e che risale a circa sei anni fa. Avevamo in carico la spedizione di tre container partiti dall’Italia per il sud del Ciad, per un campo profughi gestito dalle Nazioni Unite. I container erano stati sbarcati a Douala, in Camerun, e pensavamo di avere scelto, dietro consiglio di un altro spedizioniere, un agente affidabile per la consegna e invece questo si è rivelato un criminale, che si è fatto pagare metà dell’incarico in anticipo e poi non si è fatto più vedere. Siamo stati costretti a rivolgerci a un secondo spedizioniere e quindi a pagare una seconda volta per portare a termine il lavoro. Da lì è nata l’idea e l’esigenza di creare un network di piccole e medie aziende di spedizioni in grado di competere con le più grandi multinazionali del settore in Africa.   Altre criticità con cui dovete confrontarvi? In alcuni casi sono criticità infrastrutturali, come la dimensione dei porti. Nel nord del Mozambico un piccolo porto, Mocimboa da Praia, in questi giorni al centro delle cronache perché caduto in mano a un gruppo armato, sta servendo uno dei più grossi investimenti globali nell’oil & gas. Anche solo pensando al deficit stradale e ferroviario o agli inconvenienti per fare manutenzione nel deserto, possiamo capire quali siano le grandi difficoltà esistenti.   Eppure voi riuscite, lì dove altri nemmeno provano a entrare... Ho fatto trasporti che prima dell’Africa Logistics Network sarebbero stati impensabili. Duecento camion nel deserto del del Niger per 1.500 km, cinquecento dei quali senza strada e con tante buche nella stagione delle piogge: si può immaginare questo in un altro continente? Alcuni avrebbero mollato, invece si è fatto, e i camion sono tutti arrivati a destinazione. Devo dire che gli africani hanno una buona resilienza.    L’Africa, a parte quest’ultimo periodo segnato dalla pandemia di covid, sta crescendo e ci sono fenomeni incalzanti come l’urbanizzazione e la crescita demografica. Cosa vedete dal vostro osservatorio? Vediamo grande attivismo nel Corno d’Africa e c’è molta aspettativa anche per Ghana e Nigeria. L’Africa è un continente molto dinamico, credo vedremo grossi investimenti, per esempio, nel tessile nel Corno d’Africa.   Per un Paese come l’Italia che vive di export, potersi affidare a uno spedizioniere che conosce l’Africa significa avere la concreta possibilità di veder crescere il proprio business? Significa aumentare la sicurezza del proprio business. Per molti Paesi i rischi sono ancora numerosi e affidarsi a uno spedizioniere che sa come muoversi in quel luogo perché lo ha già fatto molte altre volte e ha agenti fidati, finanziariamente stabili e professionali, è il requisito minimo per un’azienda che deve iniziare o crescere nel commercio con l’Africa. Questo vale tanto per le piccole quanto per le grandi aziende. Il rischio è proporzionale ai soldi che si investono. Diciamo che, in genere, i colossi si affidano ai colossi; però una rete di piccole-medie aziende professionali può rivelarsi più competitiva, più flessibile e in alcune situazioni anche più affidabile. Il network lo abbiamo costruito proprio per questo, partendo da un’esperienza negativa oggi dopo sei anni abbiamo selezionato partner di alta qualità in ogni Paese dell’Africa.   L’Africa sta facendo passi avanti anche in termini di integrazione regionale. Dal prossimo anno entrerà in vigore l’Area di libero scambio che promette di riunire l’intero continente in un’unica area di libero commercio con immediate ripercussioni per esempio sulle dogane e sui regolamenti transfrontalieri. Riflessi quindi ci saranno anche nella logistica e nei trasporti. Sicuramente. Qualcuno magari è un po’ più intimorito dai cambiamenti e pensa che se l’Africa semplifica le norme al proprio interno avrà meno bisogno di importare o esportare; questo forse in parte è vero, ma credo che la cooperazione sia un bene per tutti, quindi maggiore cooperazione all’interno del territorio africano significa maggiore stabilità e maggiore pacificazione laddove i conflitti sono sempre latenti. Tutto il mondo ne avrà benefici. Un continente che cresce ha bisogno di tecnologie, di crescere culturalmente, socialmente, di diventare un grande continente in relazione agli altri, pur sapendo che probabilmente la supply chain – anche per motivi indipendenti dall’unificazione doganale africana – andrà a ridursi nei prossimi anni.   L’Africa è anche terra di sperimentazioni. Le tecnologie aiutano la logistica per fare salti in avanti. Da sempre le tecnologie hanno fatto fare passi da gigante anche al mondo della logistica. Come dicevo, la logistica sta cambiando tanto e si sta muovendo verso una maggiore semplificazione, grazie soprattutto alla tecnologia, che viene applicata nella gestione, nel tracciamento, nel controllo, quindi gli operatori si ridurranno ulteriormente e le grosse compagnie marittime e aeree sempre più offriranno agli esportatori e importatori un servizio chiavi in mano. Lavoreranno in maniera diretta, tagliando il filtro degli spedizionieri. Il fatto di specializzarsi nei mercati difficili, nei trasporti più complessi, nasce proprio da questa considerazione; in certi luoghi una compagnia marittima non può arrivare perché è difficile semplificare così tanto un trasporto che prevede un tragitto di un migliaio di chilometri nel deserto o un trasporto singolo di 180 tonnellate. Ecco, questo non è standardizzabile.   L’Africa Logistics Network è quindi una risposta strategica. Sì, significa dare a un mondo di piccole e medie imprese la possibilità di operare anche nel mercato più difficile. Oggi per fare un esempio uno dei partner turchi dell’Africa Logistics Network può spedire da Istanbul a Niamey in tutta sicurezza contando su un partner affidabile, e così pure in Senegal o in Camerun o in Liberia. Ovunque. E dopo la nostra rete, lo dico con orgoglio, sono nati almeno altri tre-quattro network di impronta africana, che hanno cercato di replicare il nostro stesso schema. Questo, lo dico serenamente, mi sembra positivo: siamo tanti nel mondo delle spedizioni ma c’è posto per tutti e la competizione aiuta a migliorarsi continuamente.   Ogni anno l’Africa Logistics Network organizza tre giorni di meeting in una città diversa, un anno in Africa, un anno in uno degli altri continenti. Come vi siete organizzati nel 2020? Avrebbe dovuto essere l’anno di Nairobi 2020, con sponsor importanti e una partecipazione che avrebbe segnato un nuovo record, sicuramente superiore alle 150 presenze. E francamente non vedevo l’ora di partecipare al leisure day in un grande parco keniano. Ovviamente non ci sarà nulla di tutto questo ma c’è ancora più bisogno di costruire amicizia e senso di comunità all’interno del network, tra la Logimar e le altre 248 “Logimar” che ne sono parte. E quindi il meeting 2020, a novembre, sarà together in the air. Con l’aiuto di software come Zoom e Mojo ci sarà la conferenza, ci sarà la diretta Awards e ci saranno i tanti incontri one-to-one.   Ci sono dati che indicano se il volume di affari delle singole aziende sia aumentato dopo la nascita della rete? È molto difficile tenere sotto osservazione questo dato per 250 membri, posso però dire che per Logimar siamo passati da un’incidenza dell’Africa sul fatturato del 10-15% al 30-35%.
  • Africa Free

    Raccolta fondi per l'urgenza umanitaria nel Sahel

    AFRICA – La crisi umanitaria nel Sahel sarà al centro, oggi, di una tavola rotonda ministeriale promossa dall’Organizzazione delle nazioni unite, l’Unione europea, la Germania e la Danimarca.

    La conferenza ha come scopo principale la raccolta fondi per rispondere alle emergenze che affliggono milioni di persone prese nella morsa dell’insicurezza, dei cambiamenti climatici, delle conseguenze del coronavirus e del sottosviluppo.

    Secondo stime dell’Onu oltre 13 milioni di persone, di cui la metà sono bambini, hanno bisogno di aiuti umanitari. L’ufficio di coordinamento umanitario dell’Onu lancia l’allarme: nel Sahel stiamo arrivando al punto di rottura. Il numero di persone che soffrono la fame è triplicato l’anno scorso e ha raggiunto 7,4 milioni di persone. Sono invece 2,7 milioni quelle che sono state costrette a fuggire per salvaguardarsi altrove. [CC]

  • Africa Free

    AfCFTA, un’Africa integrata sarà un bene per tutti ...

    AFRICA - Nell’implementazione dell’AfCFTA pesano tantissimo i decisori politici; ognuno dei 53 Paesi che aderiscono all’Area di libero scambio – cioè tutti i Paesi africani a eccezione dell’Eritrea – dovrà rendere attuativo il progetto e parliamo dell’inizio del prossimo anno, dopo il rinvio dello scorso luglio. Quanto pesa questo aspetto? In questo l’AfCFTA non è diversa da qualsiasi altro accordo commerciale. Gli accordi commerciali hanno un impatto sull’economia e hanno effetti redistributivi: ci sono settori che crescono, che sono settori di comparative advantage, e ci sono settori che si restringono. Tutte queste scelte hanno conseguenze sull’economia, quindi hanno una rivalsa politica. L’impressione che si ha dall’esterno è che ci sia un forte impegno da parte delle autorità di molti Paesi di far partire l’accordo; il rischio, che noi sottolineiamo nel rapporto, è nel gap di implementazione, cioè una volta che l’accordo è firmato e avviato è sempre possibile che l’implementazione sia lenta e incompleta. Le stime che facciamo sull’impatto nel lungo periodo assumono che questa implementazione sia completa, il che però richiede volontà politica, non solo il primo gennaio del 2021 ma anche negli anni successivi.   È importante che Paesi come Nigeria, Egitto e Sudafrica che sono le locomotive del continente facciano da apripista o è necessario che ci si muova tutti insieme? Per arrivare all’obiettivo ci potrebbero essere più strade da percorrere. Se noi guardiamo ad altre esperienze di integrazione regionale avere un Paese che apre la strada, aiuta; però il punto principale è che i processi di integrazione sono, appunto, processi. È un po’ come una bicicletta, che per andare avanti ha bisogno della pedalata: alcune volte la spinta può arrivare da diverse parti, ma l’importante è che ci sia sempre una spinta per non portare i piedi per terra, per non fermarsi.   Il rapporto indica quali possono essere i vantaggi per l’Africa con un’area di libero scambio; se spostiamo lo sguardo a livello internazionale, quali possono essere le opportunità per gli altri? Quali equilibri si possono formare a livello globale con un’area di queste dimensioni? Il rapporto non si sofferma sugli effetti che l’African Continental Free Trade Area può avere sui singoli Paesi, ma offre riflessioni a livello globale sul resto dell’economia mondiale. L’impatto è positivo, sempre sul lungo periodo, con 76 miliardi di aumento del reddito nell’economia mondiale. Questo perché l’integrazione dell’Africa migliorerà gli scambi non soltanto all’interno dell’Africa ma anche tra i Paesi africani e il resto del mondo. Ci saranno più opportunità sia dal lato della domanda che dal lato dell’offerta: l’Africa è un continente che cresce, quindi può sollecitare le esportazioni dei partner, inclusa ovviamente l’Italia, mentre dal lato dell’offerta ci saranno opportunità perché aumenterà l’efficienza globale. Pertanto l’impatto dell’AfCFTA sull’economia globale sarà senz’altro positivo.   Se ci spostiamo sui settori, quali sono quelli che trarranno maggiore giovamento dall’Area di libero scambio?  Chiaramente molto dipende da Paese a Paese, nel complesso, però, la crescita più importante sarà nel settore dei servizi, seguito dalla manifattura. Un elemento da sottolineare, secondo me, è che l’AfCFTA agevolerà la creazione di catene di valore regionale e la partecipazione delle imprese africane nelle catene di valore mondiali, le cosiddette global value chain. La riduzione dei costi del commercio, in particolare la riduzione del tempo che è necessario per passare le dogane, aiuterà molto questo tipo di scambi, che è ormai il modo con cui funziona l’economia mondiale da circa trent’anni: non semplicemente settori che producono tutto dall’input al bene finale e poi esportano, ma integrazione dei mercati delle varie parti (componenti e servizi) che servono a produrre beni finali. Queste riforme saranno molto importanti per l’Africa e per inserire l’Africa nelle catene globali.   Quindi non sarà più solamente un’Africa che esporta materie prime dal continente verso l’esterno ma sarà sempre più un’Africa che produce per se stessa, per i mercati interni regionali. Non solo per se stessa, ma per se stessa e per gli altri perché sarà più integrata nel commercio mondiale. Ecco perché non sarà più un semplice esportatore di risorse naturali e un importatore di beni e servizi, ma sarà integrata: continuerà a esportare materie prime ma aumentando l’efficienza potrà esportare manifatture e servizi e importarne altri seguendo la logica dei vantaggi comparati e dell’efficienza. [GB]
  • Africa Free

    AfCFTA, un’Africa integrata sarà un bene per tutti ...

    AFRICA - L’Area africana di libero scambio continentale può essere un game changer nella via di sviluppo regionale. A esserne piuttosto sicuro è Michele Ruta, autore, insieme a Maryla Maliszewska, del recente rapporto della Banca mondiale dedicato proprio all’African Continental Free Trade Area (AfCFTA).    Davvero questa Area di libero scambio può cambiare la situazione nel commercio intra-africano, che al momento mostra numeri abbastanza bassi se comparati ad altre zone del mondo?  Sì, penso proprio di sì. L’accordo può avere un impatto molto rilevante perché ridurrebbe la frammentazione economica del continente. L’impatto che noi stimiamo sul lungo periodo (al 2035) è di 560 miliardi di dollari, assumendo un’implementazione completa dell’accordo. Parliamo di risvolti notevoli sul commercio e con conseguenze sul reddito e la riduzione della povertà.   Questo impatto viene calcolato sulla base di un cambiamento delle regole e tiene fuori, almeno per il momento, il gap infrastrutturale che l’Africa sconta e che limita lo spostamento di merci. Esattamente; il modo in cui lo studio è fatto isola l’impatto delle riforme sulle pratiche commerciali. Secondo le nostre stime, queste riforme porterebbero all’aumento delle esportazioni di 560 miliardi e l’aumento del reddito di 450 miliardi di dollari, un miglioramento del 7% da qui al 2035. È da notare che una delle componenti principali in termini di impatto è dovuta a quella che si chiama trade facilitation, cioè quelle riforme delle dogane che facilitano gli scambi commerciali e riducono quindi le barriere o le formalità di dogana o tutte quelle pratiche che comportano lungaggini e difficoltà nel passaggio da un confine all’altro. Per dare un’idea dal punto di vista quantitativo, l’impatto dell’AfCFTA sul reddito è di 450 miliardi e l’impatto di riforme per la facilitazione del commercio è di 290 miliardi, cioè circa la metà dell’impatto sul reddito. E questo è molto importante in relazione alla logistica e al trasporto perché se è chiaro che migliorando il settore dei trasporti si ridurrebbero i tempi di movimentazione delle merci, è altrettanto evidente che se ci sono forti ritardi alla dogana, si perderebbe tutto il vantaggio accumulato grazie a un sistema di trasporto più efficiente.   Quindi, sul lungo periodo, il commercio intracontinentale può aumentare in maniera significativa unendo l’implementazione dell’Area di libero scambio agli investimenti nelle infrastrutture. Sono riforme complementari e indispensabili. Ha molto meno senso fare infrastrutture di trasporto se non si fanno riforme commerciali e allo stesso modo i guadagni generati dalle riforme nelle politiche commerciali sono minori in assenza di miglioramenti nelle infrastrutture e nella logistica.   In Africa una componente importante è l’informalità, per cui tanti scambi non sono tracciati. Una chiarezza delle norme può facilitare l’emersione di quella parte del commercio che sfugge alle statistiche ufficiali? Le stime di cui parlavamo prima non considerano il commercio informale, quindi quando si leggono questi numeri bisogna ricordare che ci sono elementi che sottostimano quello che sarà veramente l’impatto. Chiaramente, in questo campo, è difficile avere dati a livello macro ed è uno dei motivi per cui riteniamo che queste siano stime conservative rispetto all’impatto effettivo. Per venire alla domanda, la risposta è sicuramente sì; il fatto che ci sia più trasparenza soprattutto alle dogane facilita l’emersione del sommerso. [SEGUE]