Africa

Prix Italia, l’Africa che racconta se stessa

AFRICA – ‘Celebrare la diversità culturale in un mondo dei media globalizzato’: questo il tema della 71ma edizione del Prix Italia a Roma dal 23 al 28 settembre, che ieri è stato declinato con un’intera mattina dedicata all’evoluzione del sistema televisivo in Africa. 

Una modo per andare dentro quelle che sono le grandi sfide per un sistema che deve oggi fare i conti con la grande diffusione anche nel continente africano dei telefonini e dei contenuti resi disponibili attraverso questi. 

“Tutto è cambiato con internet e con le reti di telefonia cellulare – ha sottolineato la giornalista tanzaniana Asumpta Lattus – e i giornalisti attraverso i social sono obbligati a scendere nelle piazze, a entrare in contatto diretto con un pubblico che li segue e che al tempo stesso vuole intervenire”. Allo stesso tempo, ha aggiunto la giornalista che attualmente lavora per Deutsche Welle, “in Africa c’è un pubblico sempre più formato ed esigente, che preferisce ascoltare, vedere e leggere notizie diffuse da giornalisti locali più che da media internazionali”. 

L’Africa che racconta se stessa e che allo stesso tempo si vede ‘raccontata’ dagli altri ancora sulla base di stereotipi e pregiudizi è stato uno dei temi emersi con più frequenza ieri a Roma nel corso dell’iniziativa promossa ogni anno dalla Rai. E anche per questo motivo – hanno detto i rappresentanti della African Union of Broadcasting (Aub/Uar, organizzazione che riunisce le emittenti radio-televisive dei Paesi africani) si sta attrezzando non soltanto per raccontare se stessa ma anche per portare questo racconto in Occidente. “Da questo punto di vista – hanno auspicato Keitirele Mathapi e Grégoire Ndjaka, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Aub/Uar – servirebbero più coproduzioni, più partnership tra televisioni africane ed europee, in una chiave di reciproco arricchimento “. 

Un arricchimento culturale, non solo tecnico e tecnologico, un modo per conoscere meglio le differenti realtà che il continente africano è in grado di offrire e che o sono poco conosciute o ricadono all’interno di cliché. Come per esempio l’industria cinematografica nigeriana più nota sotto il termine di Nollywood che, secondo Akim Mogaji, partner di New Media Networks, ha un valore in termini di qualità e di messaggi che riesce a portare molto distante dalle etichette riduttive all’interno delle quali in genere ricade. “Il cinema e la televisione che vengono fatti in Africa stanno crescendo – ha concluso Mogaji – stanno cominciando a loro volta a influenzare il mondo esterno (ha fatto l’esempio di Black Panther, ndr) ed esigono un approccio molto semplice: ‘Get involved with Africa, not for Africa’”. [GB]

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    Rinnovabili, renewAfrica presentata alla Commissione...

    L’iniziativa renewAfrica è stata presentata questa mattina a Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per il Green Deal europeo.

    A comunicarlo a InfoAfrica è stato il segretario della stessa renewAfrica, precisando che alla fine dell’incontro, che ha visto la partecipazione degli amministratori delegati e rappresentanti di alto livello di 18 aziende private e organizzazioni attive nel campo delle energie rinnovabili, Timmermans ha lodato l’allineamento dell’Iniziativa alle ambizioni green della Commissione europea e ha incoraggiato un coinvolgimento sempre maggiore di renewAfrica nella Strategia con l’Africa.

    L’iniziativa renewAfrica è stata strutturata per implementare public-private partnership (PPP), in modo da creare condizioni di parità per l’industria e gli investitori europei. A questo proposito, l’iniziativa può contribuire ad aggiungere valore agli strumenti finanziari europei esistenti, in modo da mobilitare il capitale pubblico e privato necessario alla creazione di una pipeline di progetti di energia rinnovabile sostenibili e bancabili in Africa. renewAfrica nasce dalla necessità di un programma a guida europea che possa offrire supporto end-to-end lungo l’intero ciclo del progetto, assistendo gli investitori con un dialogo politico di alto livello, fornendo assistenza tecnica ai governi nazionali e garantisca misure di riduzione dei rischi finanziari e strumenti di capacity building.

    Affinché il programma sia pienamente efficace, andrebbero evitate limitazioni in termini di tecnologia supportata, area geografica e dimensioni del progetto, mobilitando così capitale privato e sbloccando progetti bancabili di energia rinnovabile in tutta l’Africa. Le task force di renewAfrica hanno elaborato una proposta, identificando possibili paesi pilota, delineando una serie di servizi di assistenza tecnica ed elaborando un pacchetto finanziario per coprire i principali rischi di investimento. Al suo attuale grado di sviluppo, l’iniziativa renewAfrica può contribuire agli obiettivi europei di diplomazia verde in Africa.

    “Oggi siamo molto orgogliosi di presentare il risultato degli sforzi portati avanti dal lancio dell’iniziativa renewAfrica, raccogliendo il contributo dei principali attori dell’industria europea delle energie rinnovabili” spiega Antonio Cammisecra, presidente di renewAfrica, “Crediamo che un programma innovativo come renewAfrica possa svolgere un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo economico sostenibile dell’Africa in accordo con la visione europea di un futuro più inclusivo e giusto”.

    “L’Africa ha un enorme potenziale di crescita, e a determinare la velocità e l’equità di questa crescita sarà l’accesso all’energia. Oggi, le tecnologie eoliche o solari possono generare elettricità al costo più basso di sempre e possono spesso essere implementate a livello locale, senza la necessità di reti estese che coprono grandi distanze. È fantastico vedere il settore privato abbracciare promettenti opportunità di investimenti, innovazione e sviluppo in Africa. Con l’iniziativa Africa Europe Green Energy, come parte della nuova strategia dell’UE con l’Africa, vogliamo contribuire a fornire energia più sostenibile e soddisfare le crescenti esigenze energetiche del continente africano” commenta Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea.

    Spinta dalla rapida crescita demografica ed economica, la domanda di energia in Africa sta velocemente aumentando: tuttavia, circa 600 milioni di persone nel continente vivono ancora senza accesso all’elettricità. Ad oggi, le energie rinnovabili rappresentano il modo più veloce ed economico per soddisfare il fabbisogno energetico, ma, mentre la capacità di energia rinnovabile installata a livello globale negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata, la crescita in Africa corrisponde solo al 2% del totale. Garantire l’accesso universale all’elettricità nell’area sub-sahariana richiede un aumento di 120 miliardi di dollari di investimenti all’anno fino al 2040, capitali che i classici canali di finanziamento pubblico non riescono a mobilitare. Fino ad ora, vari tipi di barriere hanno limitato l’attrattiva del continente agli occhi degli investitori privati ​​internazionali, rallentando così il suo progresso nella transizione verso le energie rinnovabili. Inoltre, sul mercato esiste un’ampia gamma di strumenti finanziari europei che, però, risultano molto frammentati in termini di sostegno offerto, condizione che riduce profondamente il loro impatto.

    L’obiettivo finale dell’iniziativa renewAfrica è sostenere i paesi africani nel raggiungimento dell’accesso a servizi energetici economici, affidabili, sostenibili e moderni. Le energie rinnovabili saranno fondamentali nella creazione di una nuova economia sostenibile e carbon neutral, superando le tecnologie inquinanti: ma, oltre fornire energia e ridurre le emissioni, il potenziale di energia rinnovabile dell’Africa offre anche l’opportunità di creare nuovi posti di lavoro, stimolare l’industrializzazione, dare il via a una crescita socioeconomica più ampia e inclusiva, e sostenere i paesi nell’implementazione dei loro impegni in termini di Obiettivi di sviluppo sostenibile e di contributi previsti a livello nazionale nell’ambito dell’Accordo di Parigi.

    “Osservando gli andamenti attuali, non siamo sulla strada giusta per garantire un accesso all’elettricità universale e sostenibile entro il 2030, soprattutto in Africa. Questa situazione deve preoccuparci tutti. Gli stakeholder sono disposti a colmare il divario, e le nuove tecnologie e i cambiamenti demografici possono rappresentare un valido sostegno. È necessario individuare e seguire un percorso comune per raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 7, e renewAfrica rappresenta un passo avanti” osserva Francesco Starace, CEO di Enel e Presidente di SEforALL.

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    Toyota investe nelle startup per la mobilità

    AFRICA - Attraverso il suo fondo di investimento “Mobility 54”, il costruttore auto giapponese Toyota intende investire 45 milioni in startup di trasporti con tecnologie e mobilità innovative. Lo ha detto alla Reuters Takeshi Watanabe, il CEO del fondo lanciato nell’agosto del 2019. Di recente, il fondo Toyota ha investito 4 milioni di dollari nella startup Tugende, specializzata nel credito alle piccolissime imprese di trasporto urbano, come le moto-taxi e i mini van. L’azienda si è lanciata l’anno scorso anche nell’ovest del Kenya e auspica di poter proseguire la sua espansione africana. Attraverso Mobility 54, come spiega La Tribune Afrique, la Toyota cerca di stimolare le vendite dei suoi veicoli in Africa, poiché li propone alle società che ottengono i finanziamenti. Il costruttore giapponese è anche presente sul continente con stabilimenti di costruzione e assemblaggio, in particolare in Sudafrica e in Egitto. [CC]
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    Investimenti esteri in calo nel primo semestre

    AFRICA - Il volume degli investimenti diretti esteri (IDE/FDI) verso il continente africano nel primo semestre del 2020 è diminuito del 28% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    Ad affermarlo è l’ultimo rapporto diffuso dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) sulle tendenze degli investimenti, da cui emerge che nel complesso delle economie emergenti il flusso degli IDE è calato del 16%, mentre gli investimenti diretti verso i Paesi cosiddetti sviluppati del mondo sono precipitati addirittura del 75%.

    Il volume degli investimenti verso l’Africa è diminuito di 16 miliardi di dollari nei primi sei mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2019.

    Andando ad analizzare nel dettaglio lo stato degli investimenti diretti verso i Paesi dell’Africa, l’UNCTAD ha registrato un netto calo dei progetti ‘greenfield’ (-66%) e dei progetti internazionali di fusione e acquisizione (-44%) con le economie dipendenti dalle esportazioni di materie prime che hanno sofferto le riduzioni più marcate.

    A livello regionale, gli investimenti verso i Paesi del Nord Africa sono diminuiti nel periodo preso in esame del 44% con l’Egitto che ha registrato un calo del 57%. In controtendenza il Marocco, dove il flusso degli investimenti è aumentato del 6%.

    In Africa sub-sahariana il calo degli IDE è stato pari al 21%, con la Nigeria che ha registrato un calo del 29% a causa del rallentamento dei progetti legati all’industria petrolifera e del gas naturale.

    In Mozambico il calo registrato è stato pari al 27%, mentre in Sudafrica è stato del 24%. Relativamente stabile invece il flusso di investimenti verso l’Etiopia, dove il calo è stato inferiore al 12% grazie soprattutto al proseguimento di progetti finanziati dalla Cina che nel primo semestre 2020 ha contribuito a un quarto del totale dei progetti avviati nel Paese dell’Africa orientale. [MV]

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    Scambi in calo ma la Cina continua a esserci

    AFRICA - Gli scambi commerciali tra Africa e Cina sono diminuiti del 14%, ovvero di 41 miliardi di dollari, durante i primi tre mesi del 2020. Il dato è quello dell’amministrazione generale cinese delle dogane. La situazione è una conseguenza diretta della pandemia di covid-19, partita dalla Cina, che ha costretto alla chiusura delle fabbriche in Cina e alla paralisi dei trasporti e dell’import-export. Secondo i dati, le esportazioni da Pechino sono diminuite del 10,5% e quelle dall’Africa verso il gigante asiatico del 17,5%. Le relazioni di interscambio sono tuttora dominate dalle materie prime, sebbene gli effetti della Belt and Road Initiative si stiano già facendo sentire attraverso l’aumento, per esempio, del commercio di macchinari e le telecomunicazioni. Negli ultimi sedici anni, gli scambi tra Africa e Cina hanno fatto registrare una crescita ininterrotta. Nel 2018, il loro valore è stato di 185 miliardi di dollari. Ma portare la relazione tra Cina e Africa a semplici numeri sarebbe riduttivo. Proprio dinanzi alla diffusione di covid-19, in un contesto di sforzo diplomatico cinese visto anche in Europa, lo scorso luglio Pechino ha organizzato un vertice straordinario Cina-Africa sulla solidarietà contro la pandemia. E c’è chi in Africa, come Peter Kagwanja, dell’Africa Policy Institute (Kenya), sostiene che il post-covid vedrà un rafforzamento dei legami tra i Paesi africani e Pechino nella promozione della manifattura e dell’innovazione tecnologica. Una risposta, ha detto ancora Kagwanja, al rafforzamento di isolazionismo, protezionismo e calo delle risorse che invece sta caratterizzando altre regioni. [MS]  
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    Focus logistica (2): la Belt & Road e il ruolo della...

    AFRICA - Quale è dunque lo spazio che all’interno del Bri ha il continente africano? Innanzitutto, scomponendo geograficamente l’Africa, sono in prima battuta le regioni orientali a essere interessate dall’iniziativa, per un semplice motivo di localizzazione. Uno dei progetti di punta finanziati e sostenuti da Pechino è stata la ferrovia che collega la città portuale di Mombasa con la capitale keniana Nairobi. Spostandosi di poco, nel Corno d’Africa, un altro progetto di punta che ha visto il coinvolgimento cinese è stato la ferrovia che collega Addis Abeba con il porto di Gibuti, un link strategico se si considera che l’Etiopia non ha sbocco al mare ma è con oltre cento milioni di abitanti il secondo più popoloso Paese del continente. E ancora, la presenza cinese si sta concretizzando lungo un percorso che da Gibuti porta a una serie di porti realizzati e da realizzare in Sudan, Mauritania, Senegal, Ghana, Nigeria, Gambia, Guinea, São Tomé e Príncipe, Camerun, Angola e Namibia. Un altro arco marittimo connetterà Walvis Bay (Namibia) con i porti cinesi passando anche da Mozambico, Tanzania e Kenya.  Non si tratta semplicemente di collegamenti che portano via risorse e materie prime dall’Africa verso la Cina (come era nel disegno degli antichi colonizzatori europei). Il percorso viaggia nei due sensi, consentendo l’arrivo di merci cinesi nel continente e in futuro la partenza di produzioni africane verso altri mercati. D’altronde anche la Cina ha cominciato a delocalizzare in Africa.  Questo attivismo infrastrutturale porta con sé altri elementi e ha anche contro-effetti di cui a Pechino sono consapevoli. Dal primo stanziamento di forze antipirateria, le forze armate della Cina hanno assunto un peso man mano crescente in alcuni contesti geografici a partire dal Mar Rosso. La presenza diplomatica, a sua volta, si è fatta più consistente e articolata, con l’apertura di centri culturali, la distribuzione di borse di studio, l’apertura di nuove sedi diplomatiche a scapito di Taiwan e l’avvio di iniziative tese a proteggere la folta comunità cinese nel continente. Qui si tocca in realtà un tasto delicato: il ricorso massiccio, cioè, alla manodopera cinese e non locale che caratterizza in genere l’operato delle imprese cinesi. Un fatto facilitato spesso dai grandi flussi finanziari che legano Pechino all’Africa e che consentono molte volte di aggirare in deroga norme restrittive in materia di lavoro (come l’obbligo di assumere una quota di lavoratori locali). Una deroga “protetta” dai governi che però a volte non ha bloccato l’accendersi di proteste popolari.  Altro punto debole, esaltato a volte anche con eccessiva enfasi nella stampa occidentale, è il livello di indebitamento che alcuni Paesi africani stanno raggiungendo negli sforzi condotti per ridurre il gap infrastrutturale e per i quali la Cina si pone come prestatore di denaro. L’esempio che spesso viene fatto riguarda i prestiti contratti da nazioni del versante orientale. Tuttavia, citando un sondaggio un po’ datato di Pew Research Center (2013), l’immagine della Cina in Africa è molto positiva con punte di approvazione oltre il 75% in Nigeria, Kenya e Senegal. Una positività che è legata agli investimenti, all’assenza di un passato coloniale paragonabile a quello di Francia e Gran Bretagna e alla rapidità con cui vengono realizzati i progetti.  A confermare questa tendenza, il successo dei vertici tra Cina e Africa noti anche con l’acronimo Focac (Forum on China-Africa Cooperation), l’ultimo dei quali si è tenuto a Pechino nel 2018 con impegni cinesi di investimenti per 60 miliardi di dollari e una frase del presidente Xi Jinping che nella sua essenzialità spiega l’approccio della Cina: parlando all’apertura del summit, Xi ha promesso uno sviluppo che le persone nel continente possano «vedere e toccare». Pur con tutte le critiche sulla qualità (che comunque non costituiscono un discorso generale), il poter vedere e toccare con mano in tempi rapidi è stato una delle chiavi di volta del successo cinese in Africa, insieme alla disponibilità di finanziamenti. [GB]
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    Focus logistica: la Belt & Road e il ruolo della Cina...

    AFRICA - Alzi la mano chi, tra quanti generalmente visitano il continente africano, non ha mai notato la presenza di imprese cinesi, in particolare nel settore delle costruzioni. Difficile effettivamente non notare una presenza che spesso, nei convegni in Italia o in altri Paesi occidentali, raccoglie critiche o preoccupazioni per gli effetti sul business locale, veri o presunti che siano. In generale, però, l’arrivo della Cina in Africa è stato vissuto dagli africani in maniera positiva e ha messo sul tavolo un interlocutore in più oltre alle solite ex potenze coloniali (Francia e Gran Bretagna, soprattutto) e agli Stati Uniti. Un interlocutore ingombrante, certo, che in un decennio o poco più è riuscito a imprimere una presenza significativa nelle grandi infrastrutture e nel comparto minerario ed energetico, e che ora si sta avvicinando anche alla manifattura e all’agricoltura. Tempo fa, un ottimo conoscitore della Cina e dell’Africa come Romano Prodi ebbe modo di dire che la Cina è in effetti l’unica nazione al mondo che sta portando avanti una politica di grande respiro e continentale in Africa.  Questo posizionamento rientra a grandi linee nella Belt & Road Initiative (Bri), ovvero la visione annunciata nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping che mira a ingrandire la centralità e profondità strategica della Cina attraverso una nuova e infrastrutturalmente moderna Via della Seta, il percorso che già nell’antichità metteva in collegamento l’Asia con l’Europa. Di questa rivisitazione, l’Africa è divenuta parte integrante, sia per quanto riguarda le vie marittime sia per quanto riguarda i corridoi che dai porti conducono poi alle regioni interne.    La strategia cinese Lo scopo finale del Bri (a cui si fa riferimento anche come One Belt One Road Strategy) è la costruzione di un sistema economico globale alternativo con addentellati politici e di sicurezza che ovviamente rispondono alle esigenze del promotore, la Cina.  Due sono le componenti del Bri. La prima è rappresentata dalla Silk Road Economic Belt, sei corridoi terrestri che collegano la Cina all’Asia centrale e all’Europa. Quando si parla di corridoi si intendono strade, ferrovie, gasdotti, oleodotti, treni ad alta velocità. La seconda componente è la Maritime Silk Road, tre passaggi marittimi composti da una catena di porti che vanno dal Mar Cinese meridionale all’Africa e all’Europa.  Il Bri secondo molti osservatori comporterà un maggiore controllo da parte cinese delle filiere globali e quindi la possibilità di dirigerne i flussi, superando anche i problemi oggi rappresentati da alcuni corridoi marittimi asiatici che sfuggono al controllo di Pechino.  Ma perché il Bri sia fattibile, esso deve comunque rispondere a logiche di mercato, deve cioè essere appetibile per i Paesi che rientrano in questa sorta di grande gioco. Allo stesso tempo, è evidente come lungo le direttrici individuate dal Bri si stiano concentrando anche gli investimenti delle imprese cinesi, che lì dove è possibile stanno acquisendo quote di controllo di porti e altre infrastrutture strategiche. Un meccanismo di certo non passato inosservato a quella superpotenza che sono gli Stati Uniti: non è d’altra parte un mistero la guerra commerciale in corso, segnata da alti e bassi, tra Washington e Pechino; un confronto dal cui esito dipenderanno i prossimi assetti globali. [SEGUE]