Kenya

Piano per promuovere settore automotive

KENYA – Il governo di Nairobi sta valutando un piano per promuovere la produzione locale di componenti per il settore automobilistico con l’obiettivo di potenziare il comparto industriale.

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Ultimi articoli della sezione Africa Orientale

  • Africa Orientale Free

    La Danimarca diventa azionista della Trade and...

    AFRICA ORIENTALE - Il Fondo di investimento danese per i paesi in via di sviluppo (IFU) è diventato un nuovo azionista istituzionale della Trade and Development Bank (TDB), la Banca di Sviluppo dell’Africa Orientale.  Lo riferisce la stessa TDB in una nota nella quale si precisa che IFU e TDB hanno firmato il 9 dicembre scorso un accordo tra azionisti che ha visto il Fondo danese acquisire 1.750 delle azioni di classe B della TDB con un investimento di 20 milioni di dollari. Durante la stessa occasione, aggiunge la nota, è stato inoltre siglato un accordo di cooperazione tra le due istituzioni, in base al quale IFU e TDB hanno concordato di collaborare a varie iniziative come il programma di sostegno alle PMI della Banca, i fondi per scopi speciali e l'assistenza tecnica. “Con questo accordo, TDB e IFU esploreranno anche opportunità di cofinanziamento attraverso varie strutture di finanziamento e condivisione di informazioni, in settori chiave tra cui agricoltura, sanità, istruzione, energia, ospitalità e infrastrutture” recita la nota. Henrik Larsen, vice capo missione dell’ambasciata di Danimarca a Nairobi, e il presidente e amministratore delegato di TDB, Admassu Tadesse, hanno firmato l'accordo alla presenza del segretario generale Stati ACP e del segretario generale della COMESA a margine del nono vertice ACP dei capi di Stato e di governo a Nairobi.  “Siamo lieti di dare il benvenuto a IFU nella nostra comunità di azionisti istituzionali. Ciò riflette la crescente partnership tra TDB e gli investitori istituzionali in Europa” ha commentato Admassu Tadesse, Presidente e Amministratore delegato di TDB. "Questo investimento nel capitale di rischio di TDB è una nuova frontiera per gli investitori istituzionali europei e salutiamo IFU per il suo ruolo pionieristico in Europa, con cui non vediamo l'ora di lavorare a stretto contatto nello sviluppo economico sostenibile della Regione". “TDB è un'istituzione molto importante con un impatto significativo sull'integrazione e lo sviluppo sostenibile dell'Africa orientale e meridionale. Siamo molto lieti di impegnarci in questa nuova partnership e crediamo che i nostri investimenti aiuteranno gli importanti sforzi di TDB nella mobilitazione di maggiori finanziamenti privati ​​per l'Africa. Ci impegniamo a intensificare gli sforzi verso iniziative mirate come finanziamenti per le PMI, investimenti nel settore agroalimentare e nelle infrastrutture, che sono fondamentali per raggiungere lo sviluppo sostenibile e gli obiettivi climatici " ha detto dal canto suo Torben Huss, Amministratore delegato di IFU. L'adesione alla Banca comprende 22 Stati membri di COMESA, EAC e SADC, 2 paesi membri non regionali e con IFU a bordo, 17 azionisti istituzionali, tra cui fondi pensione, compagnie assicurative, DFI e fondi specializzati.
  • Kenya Free

    Parco industriale di Naivasha, birraio danese il primo...

    KENYA – Ha deciso di aprire un’unità produttiva nel parco industriale di Naivasha, in costruzione, il fabbricante di birra danese EA Limited, filiale della Bounty Global Management DWC LLC. Allorché sono appena iniziati i lavori del parco industriale, il birraio danese è il primo cliente ad aver confermato il proprio posto. Secondo il quotidiano The Star, la E.A Limited investirà 45 milioni di dollari in una fabbrica che pensa di assumere 350 operai locali, che produrranno bevande in collaborazione con agricoltori locali attraverso il Farmers Outreach Programme. Lo scorso luglio, il governo keniano aveva individuato 9000 ettari di terreno tra Naivasha, Mombasa e Machakos, per creare zone industriali speciali, e favorire lo sviluppo del settore industriale e manifatturiero in Kenya. Un centinaio di potenziali investitori, nazionali ed internazionali,  hanno finora espresso interesse nel parco di Naivasha. [CC]
  • Uganda Free

    Finanziamenti per espansione rete di distribuzione...

    UGANDA – L’azienda per la distribuzione dell’energia ugandese ha fatto sapere di aver ottenuto un prestito internazionale per finanziare un aggiornamento ed un’espansione della propria rete di distribuzione. A riferirlo è la stessa compagnia, la Umeme Ltd, precisando di essersi assicurata 70 milioni di dollari di prestito concordato con il braccio di privato della Banca mondiale, la IFC, la Standard Bank del Sudafrica e la banca olandese di sviluppo FMO. La Umeme ha dichiarato che gli investimenti verranno effettuati entro tre anni e comporteranno il rinnovo di sezioni della rete di distribuzione, l'aumento delle connessioni alla rete e l'incremento dell'affidabilità dell'offerta. "Questo finanziamento ci consentirà di mobilitare e distribuire le spese di capitale a lungo termine tanto necessarie per distribuire  tutta la nuova energia generata dai nuovi impianti ", ha scritto la società in una nota. La centrale idroelettrica di Karuma, una centrale elettrica sul fiume Nilo finanziata dalla Cina e in grado di garantire 600 megawatt (MW), è prevista entrare in funzione per il prossimo febbraio. Un'altra centrale idroelettrica sul Nilo, anch'essa finanziata da Pechino, la centrale idroelettrica Isimba da 183 MW, è stata commissionata all'inizio di quest'anno.
  • Etiopia Free

    Accordo preliminare con FMI per prestito da 3 Mld

    ETIOPIA - Un accordo preliminare per un finanziamento triennale da quasi 3 miliardi di dollari, in grado di sostenere il programma di riforme economiche dell’Etiopia è stato raggiunto dal governo di Addis Abeba e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Lo ha detto lo stesso l'FMI in una nota diffusa ieri nella quale si precisa che l'accordo è stato approvato dal consiglio di amministrazione del Fondo e, se approvato, sarà sostenuto dall'FMI nell'ambito del suo strumento di credito esteso (ECF) e del fondo di finanziamento esteso (FEP). Nella nota si precisa che il programma sostenuto dal Fondo sarà composto da “cinque pilastri principali”, che andranno a sostenere gli sforzi del governo in altrettante sfide economiche attualmente aperte. Il primo, spiega la nota del FMI,  prevede di “affrontare in modo duraturo la carenza di valuta estera e la transizione verso un regime di cambio più flessibile”, il secondo di “rafforzare la sorveglianza e la gestione delle imprese statali per contenere le vulnerabilità del debito”, il terzo di “rafforzare la mobilitazione delle entrate nazionali e l'efficienza della spesa per creare spazio per un'adeguata riduzione della povertà e spese infrastrutturali essenziali”, il quarto permetterà “di riformare il settore finanziario per sostenere gli investimenti privati ​​e modernizzare il quadro di politica monetaria” e il quinto, infine, punta a “rafforzare il quadro di vigilanza e le reti di sicurezza finanziaria”. La nota non precisa quando il consiglio direttivo del FMI valuterà l'intesa raggiunta.
  • Somalia Free

    Italy-Somalia Business Forum: qualcosa sta cambiando ...

    SOMALIA - Quasi cinque anni di esperienza e di vita in Somalia, una conoscenza dei meccanismi e delle difficoltà di un Paese che, con tre quarti di popolazione con meno di 30 anni di età, conta intere generazioni nate e cresciute in un clima di conflitti e violenze. Eppure, sottolinea Guglielmo Giordano, titolare della sede Aics di Mogadiscio, qualcosa sta cambiando. È davvero così? Nell’ultimo anno si sono verificati avvenimenti che sono vere pietre miliari, certificate anche dalle grandi istituzioni finanziarie che tengono sotto controllo sia l’evoluzione politica che quella finanziaria. Parlo innanzitutto della firma a maggio ad Addis Abeba di un accordo per la distribuzione delle concessioni di pesca. È un accordo storico che l’Italia ha sostenuto per oltre 4 anni e che non è stato facile raggiungere. Un’altra intesa è stata poi raggiunta dal ministero delle Finanze per la distribuzione del bilancio nazionale. C’è un’ottima intesa anche a livello del ministero della Sanità per la ripresa del controllo di diversi ospedali di secondo livello, non solo a Mogadiscio dove ormai erano tenuti da organizzazioni private da decenni, ma anche in provincia. C’è quindi tutta una serie di intese che fanno testimoniano un avanzamento a livello dei ministeri tecnici. A livello politico, di dialogo tra autorità centrale e Stati federali, e anche della sicurezza, non c’è un altrettanto ottimismo. Se le azioni di contrasto al terrorismo non sono concordate né coordinate, il terrorismo automaticamente ha carta bianca per poter avanzare. Perché è un accordo storico quello sulla pesca? La pesca è considerata una tra le risorse naturali della Somalia, quindi un bene della nazione. Il problema che era stato riscontrato fino all’accordo di Addis Abeba, era che non si riusciva a trovare un punto di incontro tra le richieste degli Stati membri per la ripartizione dei proventi delle concessioni di pesca nella zona economica esclusiva (Eez, entro le 200 miglia), in altre parole, le percentuali di ripartizione degli introiti. Ci avevamo già provato due anni fa, ci abbiamo riprovato con successo quest’anno. A questo accordo dovranno seguire le intese future sullo sfruttamento delle riserve di petrolio, a cui tutti stanno ovviamente puntando, in quanto quelle saranno sicuramente di importanza economica maggiore. Ma l’intesa sulla pesca ha effettivamente un valore emblematico e va al di là dell’importo che per il momento è abbastanza modesto. Tornando invece allo stallo politico che porta con sé ripercussioni sulla sicurezza, pensa che esso blocchi di per sé un rilancio del settore privato? Le connessioni tra l’impiego e la stabilizzazione del Paese sono note ed evidenti. Il primo problema della Somalia è proprio la lotta alla disoccupazione. In questo momento, è triste dirlo, ma il movimento terroristico al-Shabaab è sicuramente il primo datore di lavoro nelle campagne. Strappare questa manodopera a basso costo tra i giovani (che costituiscono i tre quarti della popolazione somala) è importantissimo. D’altro canto, l’unico altro datore di lavoro per impiegare questa enorme massa di risorse umane è sicuramente il settore privato, e non può essere lo Stato. Da lì, l’importanza di rilanciare il settore produttivo ma anche i servizi, per esempio i trasporti, che sono essenziali, la riabilitazione degli assi stradali: tutti elementi che danno possibilità di impieghi immediati. Mogadiscio ha ospitato un forum - organizzato da Unido in collaborazione con Aics e governo somalo - per mettere in contatto il settore privato somalo con quello italiano. Perché? L’inserimento di prodotti per la piccola e media impresa provenienti dall’Italia, laddove il manifatturiero italiano è sicuramente pilota a livello mondiale, potrebbe dare una mano alla rinascita del Paese e del suo settore privato, e quindi alla creazione di posti di lavoro. Si è voluto cominciare da lì, dal cercare di stimolare la rinascita del settore privato, per cercare di togliere manodopera al terrorismo. È chiaro che è un po’ il gatto che si morde la coda, nel senso che fintanto che c’è il terrorismo il settore privato non riesce a svilupparsi perché non c’è sicurezza e stabilità o perché è costretto a pagare ‘tasse’ agli stessi gruppi terroristici (un fenomeno noto con varianti diverse anche in Italia). Ma da qualche parte bisogna pure cominciare e se si riesce a creare lavoro probabilmente i giovani lasceranno il mitra e cominceranno a portare il Paese fuori dalla situazione in cui si trova. Quali possono essere i settori in cui questo contributo italiano può essere importante se non determinante? C’è una perfetta sinergia tra quelli che sono i settori di eccellenza italiani e quelli che sono i settori caratteristici della produzione in Somalia. La Somalia è un Paese ad altissima vocazione agricola, grazie al clima e alla terra fertile e alle reti di irrigazione realizzate a suo tempo e che adesso stiamo lentamente ripristinando anche assieme alla Commissione europea. La produzione agricola potrebbe non solo assicurare il fabbisogno interno come avveniva in passato, ma anche portare all’esportazione di alcuni prodotti e all’ingresso, in tal modo, di valuta pregiata. Da questo punto di vista, significativo è stato il ritorno della Somalia, dopo trent’anni, in un ambito internazionale, con la partecipazione di alcune aziende somale all’ultima edizione di Macfrut, la fiera dell’ortofrutta di Rimini. La Somalia ha poi nell’allevamento la spina dorsale delle sue attuali esportazioni e non trascurerei la pesca, anche per la tradizione italiana. L’introduzione di filiere produttive che rispettino gli standard di qualità internazionali in futuro potrà portare ulteriore ricchezza e valore aggiunto. L’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo ha attribuito grandi sforzi e risorse alla ripresa delle attività dell’Università nazionale somala. L’Università ha due grandi obiettivi: da un lato evitare la migrazione verso i Paesi della regione o verso l’Europa di giovani in cerca di una formazione di qualità. D’altro lato, il risultato di una formazione di qualità vuol dire la disponibilità, nel breve periodo, di una classe di funzionari e nuovi dirigenti di livello. La classe amministrativo-politica di questi giorni in Somalia ancora è molto legata a persone che sono abbastanza avanti nell’età, perché ci sono stati quasi 30 anni di vuoto determinato dal conflitto. Poter disporre di giovani formati con diplomi che non siano pezzi di carta ma rappresentino veramente delle conoscenze di qualità e di livello internazionale è fondamentale per la ricostituzione di uno Stato, di risorse umane nuove, capaci e ricche di una loro professionalità. Allargando lo sguardo alla regione, è stata data parecchia enfasi all’azione del primo ministro dell’Etiopia, azione che è stata riconosciuta di recente anche con un Nobel per la pace. Quanto tutto questo ha avuto o sta avendo effetti sulla Somalia? Sicuramente ci sono e ci saranno conseguenze perché c’è un grosso interesse da parte dell’Etiopia a poter utilizzare la logistica somala. Spingere la ripresa della Somalia per la ricostituzione degli assi orizzontali che mettono in comunicazione l’Etiopia, attraverso la Somalia, con l’Oceano Indiano, è fondamentale. La rimessa in sesto di questi assi porterà a un notevole sviluppo per tutte le aree attraversate anche in termini di crescita infrastrutturale e di occupazione nel terziario. Entrambi i Paesi ne sono consapevoli, come dimostrato dai molteplici incontri che si sono svolti anche al più alto livello. Riannodare le fila della diplomazia significa affrontare problematiche anche profonde. Un problema che va risolto è la corretta ed equa ripartizione delle risorse idriche. La Somalia, soprattutto a causa della maggiore popolazione, dei cambiamenti climatici e della mancata manutenzione dei sistemi idrici, sta soffrendo periodi di siccità sempre più pesanti. La costruzione di dighe in Etiopia non ha favorito il contrasto a questo fenomeno: per diversi anni è arrivata sempre meno acqua da uno dei principali fiumi che originano dall’Etiopia. Grazie a un finanziamento italiano è stato messo in piedi ed è tuttora in corso un sistema di “diplomazia dell’acqua”, che mira a raggiungere accordi volti ad una ripartizione più equa delle risorse idriche transfrontaliere. Negli ultimi mesi, ci sono stati i primi contatti sia con le autorità etiopiche sia (per quanto riguarda il fiume Giuba) con le autorità keniane. Il governo sta sottolineando la questione del debito sovrano, chiedendone la cancellazione. L’Italia ha sempre dichiarato la propria disponibilità alla cancellazione del debito sovrano. Il problema non è tanto questo, perché credo che questa sia la posizione condivisa dalla maggior parte dei Paesi creditori. Il problema sul tavolo oggi è la cancellazione del debito della Somalia nei confronti delle Istituzioni finanziarie internazionali: parliamo quindi soprattutto della Banca africana di sviluppo, della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale. Ci sono stati incontri anche di recente per trovare una soluzione, perché di norma queste stesse istituzioni non possono cancellare il debito contratto dagli Stati. È chiaro che la cancellazione dei debiti aprirebbe la porta a finanziamenti anche ingenti per progetti soprattutto a livello infrastrutturale che a loro volta potrebbero portare immediati benefici al Paese. [GB]
  • Somalia Free

    Italy-Somalia Business Forum: Unido in campo per creare...

    SOMALIA - Un business forum per aprire una finestra nuova di dialogo con la Somalia, con il suo settore privato, che vada oltre i pur necessari aiuti umanitari e faccia perno sui punti di forza di un Paese che ha voglia di rinascere. “Questo il grande obiettivo che Unido si è posto promuovendo l’iniziativa di Mogadiscio, forte di un’attività sul terreno che ha consentito di stringere legami con il territorio, vagliarne le reali esigenze oltre che le difficoltà, stabilire quelle che potrebbero essere le connessioni con, in questo caso, il settore privato italiano” spiega Riccardo Savigliano, Unido Unit Chief, a capo della divisione agro-tecnologica. La Somalia, come confermato anche dalla Cooperazione italiana, ha mostrato segnali di miglioramento dall’inizio dell’anno, molte criticità però ancora permangono. Perché Unido ha deciso di organizzare un forum su Italia e Somalia proprio in questo momento? Perché la Somalia ora, per la prima volta nella storia recente, sta spostando l’attenzione da una tipica situazione di aiuti umanitari a un maggiore impegno a favore dello sviluppo economico del Paese. Dal punto di vista delle Nazioni Unite, della comunità internazionale, si nota un crescente interesse a guardare l’aspetto di sviluppo del Paese, sia a livello sociale che prettamente economico. Il governo sta provando ad andare avanti in maniera più strutturata su una road map economica, si è reso conto che i problemi oggi presenti - come disparità tra governo federale e Stati membri, il terrorismo che recluta giovani disoccupati - sono legati anche alla mancanza di una visione economica del Paese, che invece va studiata e identificata. Il forum entra in questa visione più macro, perché è opportuno guardare a ciò che il Paese può offrire da un punto di vista di business. È un Paese che potremmo definire in fermento? La cautela resta d’obbligo, ma l’economia si sta trasformando: appunto, non si basa più solo sugli aiuti umanitari per andare avanti, ma inizia ad avere un settore privato dinamico che ha bisogno di stabilire relazioni. Il fatto che l’Italia abbia già un passato di relazioni con la Somalia può certo aiutare ed ecco il perché di un business forum. Ciò non toglie che in futuro con il supporto di altre ambasciate o del governo italiano non si possa organizzare uno European Somalia business forum o altre iniziative. Quest’anno abbiamo deciso di puntare su un Italian business forum e non, per esempio, su un investment forum proprio per dare spazio all’aspetto conoscitivo tra le parti. L’Italia, al momento, è il partner che più sta mostrando attenzione allo sviluppo degli aspetti produttivi dell’economia in maniera strutturata. Ricordo il progetto di Unido finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo legato allo sviluppo di un network di centri per il supporto alla piccola e media impresa principalmente di Mogadiscio, Kismayo e Baidoa, con l’intenzione di espandere questo network anche a livello nazionale e di rafforzare l’operatività dei centri attraverso la locale camera di commercio. Il Forum nasce anche dalla collaborazione di più realtà che lavorano insieme a Unido. Il network al momento è composto da Unido, poi c’è il nostro ufficio di Roma che ci dà una mano in relazione al settore privato italiano, la Cooperazione Italiana, l’ambasciata italiana a Mogadiscio. In Italia stiamo creando un sistema con Confindustria e i principali attori privati che avranno interesse a collaborare, c’è per esempio un forte interesse da parte di Fiera di Rimini e Cesena, a seguito dell’incontro con la delegazione somala che abbiamo portato a marzo di quest’anno alla Fiera dell’ortofrutta Macfrut. In Somalia invece stiamo lavorando con la camera di commercio e stiamo cercando di stabilire relazioni con altre associazioni private, come la Somali Private Sector Alliance, che è in un certo senso l’equivalente di una Confindustria ancora alle prime fasi ed è composta da aziende somale che hanno come comun denominatore la volontà di non cercare aiuti allo sviluppo per fare business. Il partner principale, poi, in Somalia è ovviamente il ministero del Commercio e dell’Industria. Parlando con i diversi interlocutori con cui ci siamo confrontati è emerso che a fronte dell’esigenza di creare posti di lavoro e invertire la tendenza attuale, il settore privato potrebbe essere il mezzo fondamentale per far decollare il Paese. È così? È questo uno dei motivi per cui mettere in contatto il settore privato italiano con quello somalo può anche portare a frutti fino a poco tempo fa insperati? Assolutamente sì, questo è un punto molto importante. La Somalia ha un disperato bisogno di creare posti di lavoro. Il modo con cui è stato fatto finora era quello dell’assistenza umanitaria, attraverso fondi della comunità internazionale: ciò che ci proponiamo è di comprendere le esigenze dei settori produttivi, per rispondere in maniera più strategica e di impatto alla necessità di creare occupazione. Certo non ci sono le condizioni perfette per fare business in Somalia, anzi, basta guardare il rapporto Doing Business della Banca Mondiale, dove la Somalia occupa il 190° posto su 190. Per registrare un’azienda per esempio non c’è chiarezza, aprire un conto corrente bancario non è impresa facile, però il settore privato esiste ed è molto dinamico e ha molto successo, gli imprenditori locali hanno trovato nicchie di lavoro anche economicamente molto lucrative, anche perché gli attori presenti non sono tantissimi. Con quale valuta si lavora in Somalia? Dollaro, sicuramente. A Mogadiscio non credo di aver mai visto uno scellino somalo. In strada tutto viene pagato attraverso il mobile payment, al supermercato o al ristorante si paga con un sms; anche i salari sono pagati in questo modo. Paradossalmente su questo fronte i Somali sono più tecnologici di molti altri, si è verificato il cosiddetto “leapfrogging”, per cui in Somalia le nuove tecnologie, dopo quasi trent’anni di paralisi su questo fronte e un conseguente blocco anche nel campo della regolamentazione finanziaria, trovano ampi spazi, favoriti appunto da una regolamentazione poco restrittiva. Possiamo quasi dire che il numero di telefono diventa anche un modo per essere identificato come persona, in un Paese in cui non esiste la carta d’identità o l’anagrafe. La tecnologia, in altre parole, potrebbe davvero favorire la rinascita del Paese. Sta dando un grande contributo. La rete Internet che io uso in Somalia è la più veloce di tutte quelle che ho usato finora, ad esclusione degli Stati Uniti, e si capisce bene quanto possa essere importante per lo sviluppo del Paese. La connessione, oltre che molto economica, è sempre stabile e molto veloce, dal momento che vicino Mogadiscio arriva un cavo sottomarino in fibra ottica che connette Somalia ed Europa. Questo fervore nel settore privato somalo in quali campi trova più concreta applicazione? E in che modo lo troveremo riflesso nel Forum? Sono quattro i settori di punta nel Forum, sono quelli in cui riteniamo ci sia una maggiore domanda o mercato: agricoltura e agrotechnology, pesca, social housing (ovvero costruzione) ed energia. La Somalia, come tutti i Paesi in via di sviluppo, ha due settori molto dinamici, quello alimentare e quello delle costruzioni, stimolati ovviamente dalla domanda interna. Quindi è decisivo immettere cibo sul mercato e insistere sulle costruzioni civili, anche perché le città stanno sempre più diventando centri di raccolta della popolazione e questo porta opportunità come anche problemi, soprattutto a livello di gestione e pianificazione. Il settore pesca è quello che si conosce ancora poco; non si riesce ancora a capire bene quanto possano essere grandi le opportunità del fishing in Somalia, si intuisce chiaramente che sono altissime ma non possiamo definirle su una scala precisa. Ci sono pesca d’alto mare, che viene gestita principalmente tramite gare d’appalto internazionali del ministero della Pesca e delle Risorse idriche (e al momento tutte e 31 le licenze concesse sono state assegnate a pescherecci cinesi). L’Italia qui potrebbe avere interesse a partecipare a gare future. Poi c’è la pesca costiera e lì c’è bisogno di avere relazioni economiche che vanno a interessare l’intera filiera, dalla relazione con le cooperative di pesca delle coste per tecnologie o tipi di imbarcazioni più avanzate, sino alla commercializzazione. I somali non sono grandi consumatori di pesce, quindi può esserci una maggiore attenzione all’esportazione. Il settore dell’energia, infine, è l’ambito meno sviluppato, non sono stati fatti grandi investimenti, il bisogno è chiaro e naturalmente il pensiero è alle rinnovabili: non si va solo per mettere l’impianto solare, ma bisogna occuparsi della formazione della manodopera, della manutenzione, e lo stesso discorso vale anche per l’idrico, dove anzi andrebbe proprio studiato un discorso di infrastrutture. È notizia recente di un’ennesima inondazione che ha provocato diversi morti. La Somalia passa da uno stato di siccità a una crisi di inondazione nel giro di due mesi e questo è dovuto anche alla mancanza di una efficace gestione delle acque. Se ci fossero infrastrutture adeguate non solo si potrebbe avere un miglior controllo delle risorse idriche del Paese ed evitare situazioni di siccità ma si potrebbe anche produrre energia elettrica. Devo dire che su questo aspetto il governo sta lavorando benché manchi ancora una visione chiara, una lista di infrastrutture strategiche. [GB]