Mali

Attaccato un campo militare nel Nord

MALI – Un campo militare nel Nord del Mali è stato attaccato ieri all’alba da presunti terroristi “jihadisti”. Il bilancio fornito dalle forze armate è di tre soldati uccisi, 5 feriti e ingenti danni materiali.

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  • Nigeria Free

    Verso la digitalizzazione totale delle operazioni...

    NIGERIA – Una gestione dei porti nigeriani totalmente digitalizzata entro il 2021: è la sfida che si è posto il Nigerian Shippers’ Council (Nsc), il Consiglio della marina nazionale, cogliendo l’occasione del covid-19 per premere sull’acceleratore di questa riforma.   L’obiettivo del 100% di operazioni portuali informatizzate è previsto entro la fine del primo trimestre del 2021. Secondo Hassan Bello, segretario esecutivo del Nsc, il processo di digitalizzazione sarebbe ora al 65%.   L’obiettivo principale è quello di migliorare il rendimento e l’efficacia delle procedure, ma allo stesso tempo, di diminuire le operazioni manuali per ridurre le possibilità di contatto tra le persone nei porti, dove s’incrociano numerosi operatori internazionali. Un altro obiettivo è quello di lottare contro le frodi e migliorare la trasparenza dei servizi. Si stima che la corruzione nel settore marittimo costa allo Stato ogni anno circa 6,5 miliardi di dollari di perdite, secondo l'Integrity Organisation Limited GTE, un’organizzazione con sede ad Abuja. [CC]
  • Burkina Faso Free

    Il governo lancia un progetto per lo sviluppo agricolo

    BURKINA FASO – Il ministero dell’Agricoltura del Burkina Faso ha lanciato un progetto per lo sviluppo di alcune filiere agricole e per la meccanizzazione del settore. Secondo il ministro Salifou Ouedraogo, 73 miliardi d franchi Cfa (pari a 111 milioni di euro) sono stanziati per sostenere l’agricoltura in quattro regioni e 300.000 persone. In occasione del lancio ufficiale del progetto, a Ouagadougou, il ministro dell’Agricoltura ha anche consegnato trenta trattori alle organizzazioni contadine presenti. Al finanziamento del progetto partecipano il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) e lo Stato burkinabè. Oltre alla riorganizzazione di terreni agricoli e di bacini ittici, è prevista la riabilitazione di strade, la creazione di magazzini, di aree per l’essicazione, la creazione di 10 centri per l’imprenditoria rurale e il finanziamento di 1800 micro-imprese e di 16 progetti. [CC]  
  • Africa Occidentale Free

    La grande barriera verde e la speranza di un nuovo...

    AFRICA - Dottor Sacande, la sinergia tra tecniche tradizionali e tecniche moderne è attuabile? Se esistono tecniche tradizionali in grado di restaurare davvero le terre degradate, non possono però essere la sola risposta al volume di milioni di ettari di terra che hanno bisogno di essere recuperati. Il restauro su larga scala richiederà investimenti su larga scala, compresi quelli per un equipaggiamento meccanizzato. Stiamo usando la nuova generazione dell’aratro Delfino, che prepara 15-20 ettari al giorno, in modo da far aumentare gli interventi. L’aratro Delfino è pensato per automatizzare le tecniche tradizionali delle “demi-lunes” o “zai”. A proposito: è un’invenzione di un ingegnere italiano! Ispirata alla tradizione degli agricoltori del Sahel per la raccolta dell’acqua piovana per la produzione vegetale durante la stagione delle piogge.   Chi sono i partner del progetto della Grande barriera verde e da dove arrivano i fondi? La Grande barriera verde è un’iniziativa dell’Unione Africana che raccoglie molti partner internazionali e regionali, compresi quelli tecnici. La Fao è un partner tecnico. I fondi arrivano in primis dai governi nazionali, che provvedono alle infrastrutture, al personale e allo stanziamento nazionale. Altri donatori includono l’Unione Europea, la Banca Mondiale e alcuni donatori bilaterali.   Quanta parte dei territori è stata già restaurata? E quanto tutto questo ha cambiato davvero la vita delle popolazioni che vivono in quelle aree? È difficile rispondere, perché l’idea iniziale era quella di piantare un “muro di alberi” su un territorio largo 15 chilometri e lungo circa 8.000, al margine meridionale del Sahara, così da bloccare l’avanzata del deserto verso sud. Ma questo concetto si è rapidamente evoluto in un approccio più integrato di gestione e restauro della terra e sviluppo delle comunità rurali. Si afferma che circa il 15% della Grande barriera verde sia stato realizzato: un po’ poco per un progetto lanciato dal 2007. Parlando nello specifico in merito al contributo della Fao, il risultato dei nostri sforzi nel restauro della terra è incoraggiante. L’Aad è un progetto attivato dalla Fao insieme ad altri partner: con il finanziamento dell’Unione Europea, per esempio, siamo riusciti a restaurare più di 50 mila ettari di terre degradate (l’equivalente di 60 mila campi di calcio), piantando più di 25 milioni di piantine e raggiungendo più di 500 comunità di villaggi e circa 700 mila persone in cinque anni (2015-2019).   Il restauro, tramite riforestazione e recupero delle economie agropastorali, durerà? Sono state fatte delle valutazioni al riguardo?  Il risultato della piantagione di alberi mostra un grande potenziale per la cattura del carbonio, con l’equivalente di circa 5 tonnellate di anidride carbonica per ettaro all’anno. Parametri che risultano da tre anni di misure relative alla crescita delle piantine e che ci danno una previsione per i prossimi 20 anni. Un grande guadagno, cominciando per lo più da terreni spogli e non arabili. In più le specie di alberi piantate si suppone portino frutti, gomme e resine che le popolazioni possono raccogliere. Stiamo restaurando per le generazioni future, per mitigare i cambiamenti climatici.   Le condizioni politiche stanno peggiorando e questo causa guerre e conflitti. Qual è il loro impatto sul lavoro della Fao nel progetto della Grande barriera verde? Le preoccupazioni in merito alla sicurezza nel Sahel sono le minacce più grandi che impediscono molti interventi nella regione. Questo costituisce una sfida enorme. I terroristi cavalcano l’onda della disoccupazione rurale nei villaggi, popolati soprattutto da giovani, che hanno poche prospettive: come nel nord del Burkina Faso, con le persone costrette a migrare e le scuole e gli ospedali a chiudere. Tuttavia, il restauro del territorio rimane prioritario. I benefici socioeconomici che ne derivano sono urgenti e vitali per determinare una trasformazione. Questo può liberare il Sahel dai suoi annosi problemi di fame, povertà, conflitti e terrorismo. Non c’è alternativa. [SR]  
  • Africa Occidentale Free

    La grande barriera verde e la speranza di un nuovo...

    AFRICA - Roma, quarto piano dell’edificio della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite creata nel 1945 come organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura. Siamo nell’ufficio dell’uomo che fermerà il deserto, il burkinabè Moctar Sacande. Dottore di ricerca in Fisiologia delle sementi tropicali nella prestigiosissima università di Wageningen, Sacande raccoglie il testimone della direzione del grande lavoro svolto dall’ agronoma algerina Nora Berrahmouni, passata a dirigere la gestione della riforestazione dell’intero continente africano per conto sempre della Fao. Chiediamo al dottor Moctar di chiarire i punti chiave di questa grande opera.   Qual è la funzione principale del progetto agronomico chiamato Grande barriera verde, che lavora su circa 8.000 chilometri di territorio subsahariano? Il progetto è stato elaborato all’interno di un programma di sviluppo rurale per le genti che vivono nelle terre aride attorno al Sahara. La prima funzione è migliorare la resilienza dei contadini e dei sistemi naturali nel contrasto ai cambiamenti climatici. Piantumazione di alberi e restauro della terra su larga scala saranno utili per la sicurezza alimentare, per i pastori e il sequestro del carbonio. Lo scopo è rendere di nuovo produttive le terre semiaride, a beneficio delle comunità che vivono nei villaggi e dell’agricoltura su piccola scala, ovvero di contadini, pastori e allevatori. La Grande barriera verde ora è vista come una metafora, con un mosaico di interventi a favore dell’ambiente e dei mezzi di sussistenza e nello stesso tempo volti a mitigare i cambiamenti climatici.   Qual è il ruolo della Fao nella Grande barriera verde? La Fao supporta l’implementazione sul campo del programma attraverso un progetto chiamato Aad, Azione contro la desertificazione. Aiuta ad applicare le giuste tecnologie e metodiche, a sviluppare la capacità tecnica di piantumare le specie giuste nel posto giusto. Supporta anche il coordinamento del programma e aiuta a monitorare e valutare i progressi.   Come organizza la Fao il suo lavoro nel progetto della Grande barriera verde? Quali sono i passi teorici e pratici? La Fao ha creato un modello di restauro su larga scala e costruisce, per le comunità che ne beneficiano, la capacità di gestire i siti restaurati. In pratica, l’approccio di restauro segue un modello in cinque punti: 1) comunità: bisogni ed esigenze per il restauro sono determinati attraverso consultazioni approfondite; 2) ricerca: si rendono disponibili sementi di qualità, utili dal punto di vista ecologico ed economicamente sostenibili, materiali che si adattino localmente; 3) operazioni pratiche: assicurare un efficiente processo di restauro, che include la preparazione della terra e la sua gestione, la rigenerazione naturale e la semina; 4) monitoraggio: valutazione del rendimento delle specie sul campo, oltre ad attività comuni come mantenimento e gestione delle aree restaurate; 5) capacità di sviluppo: sul restauro in larga scala e le tecniche di gestione sostenibile della terra puntiamo a sviluppare le capacità dei tecnici nei villaggi.   Su quali azioni tecniche contro la desertificazione si basa il progetto della Grande barriera verde? Principalmente su due azioni: da un lato, il restauro delle terre degradate attraverso la piantumazione di semi e pianticelle di alberi di specie utili alle comunità rurali e all’ambiente; dall’altro, lo sviluppo di prodotti forestali non legnosi, come la produzione di miele e l’apicoltura, la produzione di gomma arabica, la produzione di foraggio e l’allevamento di bestiame. [SEGUE]
  • Gambia Free

    Stanziamento Ecowas per linea trasmissione elettrica

    GAMBIA - Un fondo da 66 milioni di dollari è stato assegnato al Gambia nell’ambito di un progetto Ecowas. Denominato Ecowas Regional Electricity Access Project (Ecowas-Reap), il progetto prevede lavori per migliorare l’accesso all’energia elettrica nel piccolo Paese dell’Africa occidentale.  Ecowas-Reap ha una visione più ampia che include altri Paesi dell’Ecowas, con fondi totali per la prima fase (che riguarderà oltre al Gambia anche Mali e Guinea Bissau) pari a 225 milioni di dollari.  Lo stanziamento a favore del Gambia prevede la realizzazione di una linea di trasmissione tra le località di Soma e Brikama; il progetto è sostenuto anche dalla Banca Mondiale. [MS]
  • Mali Free

    African Gold Group aumenta stime progetto minerario...

    MALI - La African Gold Group (società di base canadese attiva soprattutto in Mali e Burkina Faso) ha presentato un piano di fattibilità del progetto minerario Kobada Gold Project, in Mali, che aggiorna un precedente piano del 2016.  “Siamo molto entusiasti di fornire questo aggiornamento del piano di fattibilità, che mostra un netto miglioramento rispetto allo studio del 2016” ha detto Danny Callow, amministratore delegato della società canadese. “Il piano - ha spiegato - rappresenta un miglioramento significativo dell’economia del progetto a seguito di un grande salto nelle riserve minerarie, basato su una solida base di perforazione aggiuntiva, un modello di risorse aggiornato e un programma di lavoro completo per i test metallurgici”. Secondo quanto affermato da Callow, il progetto Kobada Gold potrà contare su una produzione di 100.000 once all’anno. Una stima fatta sulla base della perforazione esplorativa limitata a 4 km dei 30 km dell’intera area: “Riteniamo - ha detto ancora il dirigente - che ci sia un potenziale significativo per migliorare ulteriormente le risorse e le riserve con esplorazione aggiuntiva limitata”. Gli investimenti previsti per il progetto ammontano a 125 milioni di dollari, con un ritorno dell’investimento stiamo in poco meno di quattro anni. Il progetto prevede la realizzazione di una centrale solare ibrida da 11 MW. [MS]