Sudan

“Doing Business in the New Sudan”: le imprese italiane rispondono all’invito (intervista Assafrica)

SUDAN – “Il Sudan può rappresentare un corridoio strategico che collega l’Asia con il Mediterraneo e una piattaforma logistica per l’Africa”: insiste sulla posizione occupata dal Paese nella scacchiera regionale Giovanni Ottati, Presidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, partner insieme ad Africa e Affari e ad Ice Agenzia nel webinar “Doing Business in the New Sudan” organizzato dall’Ambasciata d’Italia a Khartoum e che si terrà oggi pomeriggio (diretta streaming cliccando qui). Talmente gettonato dalle imprese della penisola da richiedere anche lo streaming sul canale YouTube dell’Ambasciata. L’incontro di oggi, che inizierà alle ore 15.00, si propone di esplorare le nuove opportunità di investimento esistenti in Sudan per il Made in Italy. 

 

Presidente Ottati, alla luce del recente processo di riforme avviato nel paese, come può definire il “Nuovo Sudan”?

 

Il Sudan sta avviando la sua ricostruzione, laboriosa come tutte le ricostruzioni, compresa la nostra.  E’ trascorso circa un anno dalla nascita del governo di Abdalla Hamdok e del Consiglio sovrano presieduto dal generale Abdel Fattah al Buhran.

Nei mesi scorsi è stato tra l’altro siglato un accordo di cooperazione con Israele che porterà alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi e sono state rimosse tutte le sanzioni americane. 

Sono fatti che cambiano la storia di un Paese e gli equilibri geopolitici ed economici di un’intera regione che comprende sia il medio oriente che il continente africano.

Khartoum e il Sudan possono rappresentare un corridoio strategico che collega l’Asia con il Mediterraneo e una piattaforma logistica per l’Africa.

 

In questo contesto, qual è lo spazio che potrebbe ritagliarsi il settore privato italiano?

 

Il Sudan confina con sette paesi con elevata propensione all’interscambio commerciale e alla mobilità intraregionale ed è dotato di una struttura scolastica e un livello d’istruzione universitario importante che lo rende di fatto un hub strategico per tutta la regione. Le imprese italiane devono guardare in tre direzioni: il corridoio a sud con l’Etiopia e quindi con tutta l’Africa orientale; il corridoio a nord ovest con la Libia che lo avvicina al Mediterraneo; il corridoio a nord est che lo unisce ai paesi del Golfo, dove oggi vivono più di due milioni di sudanesi. Stiamo parlando di una regione immensa e di una domanda aggregata elevata.

Il Paese tuttavia preme per una trasformazione industriale del proprio settore agricolo e per lo sviluppo dell’industria dell’allevamento, non solo per coprire il proprio fabbisogno primario ma per incrementare le proprie esportazioni, soprattutto in medio oriente. 

Gli spazi sono immensi e riguardano tutti i settori produttivi. Il settore bancario e assicurativo italiano potrebbe avere ora  un ruolo strategico per l’insediamento dell’industria italiana in Sudan.

 

Qual è lo stato della rete di Confindustria Assafrica e Mediterraneo in Sudan?

 

La nostra Associazione ha sostenuto e organizzato tutti gli eventi di promozione e sviluppo del business tra i nostri due paesi negli ultimi tre anni. Abbiamo messo a disposizione di tutte le aziende associate e del Sistema Confindustria una visione chiara di tutte le opportunità di business e gli strumenti disponibili per investire in Sudan. Stiamo stati e siamo il principale sponsor del Sudan in Italia. Abbiamo siglato con la Sudanese Business & Employers Federation un Accordo grazie al quale siamo l’entry point per il Sistema Confindustria, ma anche per tutte le imprese italiane nel Paese. Abbiamo dalla nostra parte anche la diplomazia economica, che in questo rinnovato sforzo per la crescita del nostro paese è un asset centrale. Iniziative come quella con l’Ambasciata d’Italia a Khartoum e la sinergia con noi come mondo delle imprese, in modalità on line che abbatte le distanze fisiche e mentali, sono un effetto della disruption da pandemia. Ma sono anche il nuovo che irrompe nel mondo industriale italiano. Perché peggio di questa crisi è solo il fatto di non usarla per crescere meglio e più velocemente.

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